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Una libera ricerca spirituale? di Thierry Vissac

26 Settembre 2010

3ème Millénaire n. 72 – Traduzione della dr.ssa Luciana Scalabrini

La tradizione spirituale.

Quando siamo in cerca di qualcosa, portiamo naturalmente le nostre domande e le nostre speranze da quelli che sembrano aver trovato, prima di noi, l’oggetto della nostra ricerca. Ma quando, nella via spirituale, appare che l’oggetto della ricerca è il soggetto stesso della ricerca, l’indagine fa un capitombolo che riporta il ricercatore nel luogo dove si trova da sempre.

Quell’istante è un risveglio.

La tradizione spirituale ci insegna che la ricerca deve essere guidata, perché presenta pericoli da cui la tradizione vuole proteggerci. Se il soggetto della ricerca, il ricercatore spirituale, è in cammino verso se stesso, la scoperta che si trova così semplificata, comporta uno scoglio fondamentale. Infatti ciò che il ricercatore prende per se stesso, è un aggregato di memorie, di pensieri e di certezze sulla base delle quali le scelte che può fare, anche con sincerità, rischiano di essere condizionate dal passato e  potranno difficilmente aprirsi alla radicale novità di un lui stesso fino ad allora sepolto sotto pesanti costruzioni.

Il ricercatore si cerca, ma colui che cerca è lo stesso che ha creato l’ostacolo alla sua scoperta.

Così il ricercatore è, per natura, l’impedimento principale della ricerca.

Qualsiasi sia  la vitalità, la serietà e la sincerità che pone nel suo cammino, non può che riprodurre schemi antichi. E’ dunque necessario che si produca una rottura nella sequenza automatica delle sue riflessioni, dei fantasmi immaginati dei suoi obbiettivi e nel comportamento della sua ricerca. Questa rottura è uno schok per il ricercatore. Le tradizioni spirituali offrono dunque dei luoghi manicomiali, dei metodi e dei consiglieri che avrebbero il potere esclusivo di produrre quella rottura salutare, così come le protezioni apparentemente indispensabili a ciò che segue la rottura.

Quale libertà?

Se vogliamo considerare la possibilità di una rivelazione che non sarebbe esclusivamente dipendente dalle antiche tradizioni, dobbiamo in tutta onestà riconoscere che lo scoglio in questione è reale e che la tradizione ha posto delle protezioni per preservare l’integrità della rivelazione spirituale. L’urgenza che ci anima  non può d’altra parte essere soddisfatta un presso a poco o da surrogati di risveglio, anche se l’ego spirituale non disdegna di fare qualche posa  gratificante o può rimirarsi come “chi evolve spiritualmente” e che “consiglia”. Quella soddisfazione è così minima in confronto alla nostra vera speranza che è necessario esplorare quella questione con un’onestà senza compromessi. Considerare che non è assolutamente necessario essere “inquadrato” per incontrare la nostra vera natura non può essere fondato su un desiderio egoista di libertà.

Non si tratta di rifiutare un inquadramento delle tradizioni per una crisi adolescenziale, quando l’ego rivendica di fare ciò che vuole, di trovare ciò che cerca a suo modo e di scoprire il proprio cammino. L’ego spirituale riprende le sue prerogative infantili per conto suo e afferma che la sua esigenza è legittima.

La Libertà che cerchiamo, in uno slancio infantile e confuso, non ha niente a che vedere con le libertà alle quali attribuiamo tanta importanza nella nostra vita personale. Se siamo davvero onesti riguardo alle nostre aspirazioni spirituali, dovremo riconoscere che non desideriamo tanto essere liberi nella nostra vita personale che di essere liberi dalla nostra vita personale, anche se questa prosegue.

La ricerca di una vita gradevole, senza difficoltà, ricca di tutti i benefici materiali che può procurarci una società moderna, non ha niente a che vedere con la nostra vera aspirazione, e i metodi di sviluppo personale hanno largamente contribuito a imbrogliare le carte, assimilando successo personale e benessere alla rivelazione spirituale.

Il ricercatore vuole preservare la sua libertà. Ma la Libertà che cerca di manifestarsi rischia di spazzar via totalmente le concezioni di libertà del ricercatore.

Aspiriamo alla Libertà, ma il ricercatore recupera il presentimento di libertà per farne una ricerca capricciosa d’indipendenza egoista. Il ricercatore è dunque, lui stesso, l’errore di partenza della ricerca e, se domanda di disfarsi del quadro della tradizione, questo rischia di essere una nuova fuga.

La fine del ricercatore.

Il ricercatore deve dunque cedere. E’ la maniera paradossale di aiutarsi e la prima condizione di una libera ricerca spirituale. Non può esserci una libera esplorazione senza un abbandono incondizionato del ricercatore e delle sue prerogative. Questo deve essere compreso in modo giusto. Non mi rivolgo al ricercatore dicendogli queste parole, perché ha due orecchie che non l’intenderanno mai e la sua ricerca non ci interessa.

Se il ricercatore non abbandona, con le sue abitudini di mimetismo o di indipendenza egoista, è nelle mani migliori nel seno della famiglia protettrice che è la Tradizione. Ma, se alla lettura di queste parole, qualcosa si risveglia nel vostro cuore, se un sapore particolare di riconoscimento comincia a risplendere alla superficie dell’anima, allora vi invito a proseguire questa lettura con attenzione.

Una nuova esplorazione.

Qualsiasi sia il vostro passato, l’anzianità della vostra ricerca, le vostre conoscenze o la vostra ignoranza, l’apertura non viene che dall’abbandono di questa ricerca (un’apertura che il cercatore non può mai conoscere, finché sa dove va e perché ci va). Allora diventa possibile una vera esplorazione. Questa non è un’esplorazione “in solitario”, come amerebbe l’ego spirituale, ma una sottomissione naturale e incondizionata, una comunione con l’Intelligenza e la Vita, che rappresenta allora la Tradizione Immortale in seno alla quale sono nate tutte le tradizioni umane.

E’ allora che ci apriamo ad una esplorazione innocente (senza concetto), nuova (senza influenza del passato), aperta (non esiste più obbiettivo predefinito, né attraverso i testi della tradizione, né per le anticipazioni del ricercatore). Viviamo, al di là delle forme della nostra vita personale, cioè indipendentemente dal benessere, dal successo e dalle nostre scelte, una offerta di sé perpetua che potrebbe finire per consumare del tutto le velleità della ricerca personale, pur rivelando la vera dimensione del risveglio spirituale di cui il ricercatore aveva fatto una corsa patetica e scapestrata.

Come dovete intendere questo invito?

Non è certo che tutti quelli che leggeranno queste righe ne accetteranno il senso. Infatti è sempre possibile recuperare queste parole per perpetuare un aggiustamento antico del ricercatore, per non essere troppo sconvolto nelle proprie abitudini. Egli perpetua il suicidio spirituale rispondendo al vasto slancio divino che lo sconvolge per farne una piccola  faccenda individuale.

Ma per quelli che avranno il coraggio di smascherare i ritorni incessanti di certe verità ( che alla fine nutrono le menzogne), il richiamo può produrre, qui e subito,  un clic indescrivibile che riporta lo slancio immortale all’origine di ogni ricerca spirituale, nel cuore di questo essere vibrante che è Presenza immediata, che non si ottiene con il lavoro spirituale, la conoscenza o l’appartenenza a una tradizione.

Il fuoco della Vita è il mio Maestro Unico.

In quel ritorno all’essenziale, i miraggi della ricerca si dissipano, i pensieri cadono in polvere, le immagini ideali del ricercatore si consumano e la capsula di carne è sorpassata da un senso di Libertà che riduce i bisogni dell’ego a preoccupazioni microscopiche nella nuova prospettiva che allora si offre.

Appare finalmente che è offrendosi al fuoco della Vita che si rivela la Libertà, piuttosto che proseguendo la ricerca di controllo, di pianificazione, di conduzione e di sviamento del flusso vivente.

In quelle disposizioni, che non possono apparire che quando il ricercatore è sfinito o disperato, quando non crede più a tutti i progetti illusori, quando cessa di voler essere immortale a suo modo, la cornice della tradizione potrebbe anche diventare un ostacolo quando certi guardiani, impiegati scrupolosi, tentassero di mettere un freno a ciò che improvvisamente li sorpassa.

In realtà, non sono gli uomini e le loro aspirazioni sincere che hanno creato la speranza spirituale. La Vita è la sua cornice ed è Lei che si risveglia nell’Abbandono. La Vita non ha costruito cornici, non ha nemmeno costruito gli uomini. Non può perciò trattarsi in nessun modo di adottare una cornice, un dogma, una griglia di lettura del mondo. Non può verosimilmente essere questione d’essere verificato o convalidato, secondo criteri che variano da una tradizione all’altra, nel momento stesso in cui l’essere che sorpassa i limiti stretti della sua vita personale, sorpassa d’un sol colpo anche tutti i manicomi e può creare la sorpresa, la novità negli occhi di quelli che si fanno guardiani dell’antica tradizione e dei suoi canoni potenzialmente riduttivi.

Quando il ricercatore si dilegua, sfinito dalla sua ricerca perduta, la Vita può allora rivelarsi in tutto il Suo splendore.

Ogni luogo è adatto alla rivelazione

Lo sfinimento salutare e la disponibilità infinita che l’accompagna non prendono posto necessariamente nelle chiese della tradizione, nemmeno secondo le tappe definite dagli antichi saggi, quelli stessi che hanno vissuto un risveglio selvaggio e precursore, ma che hanno creduto di dover assicurare per l’avvenire con manicomi e chiese.

E se la Vita può rivelarsi nello spazio lasciato vuoto dal ricercatore, Essa mai più potrà essere velata.

Ad ogni risveglio siamo i potenziali fondatori di una nuova tradizione, non più immaturi di quelli che ci hanno storicamente preceduto e senza dubbio più illuminati, nel senso che ci guarderemo forse di fondare qualsiasi cosa, in ogni caso una qualsiasi certezza, per la protezione dei nostri fragili successori.

Il crogiolo del quotidiano.

C’è alla fine una evidente mancanza di fiducia nel voler creare un recinto per contenere i ricercatori e mantenerli nella loro ricerca, mentre la vita continuamente s’incarica di tagliare a pezzi le loro certezze per confronti, meglio di tutti i pensieri spirituali.

Ma bisogna, certamente,  che quel confronto sia vissuto “in coscienza” e non nell’atteggiamento di una vittima compiacente.

In quella esigenza quotidiana, evitata dai ricercatori spirituali, rigettata dagli yogi e dai monaci, lo spettacolo dell’illusione è onnipresente, cocente, doloroso e per chi è attento, la sarabanda non può andare da nessuna parte. Basta un secondo d’attenzione vera perché tutta la mascherata svanisca. Ecco la vera meditazione, ecco il frutto della preghiera.

Ma per chi cerca un’illusione più confortevole, la famiglia spirituale della tradizione può rafforzare l’illusione. Allora si tratta solo di una trasposizione della ricerca disperata del ricercatore, si cambia solo maschera.

La rottura è una breccia nelle decorazioni di carta del ricercatore, uno svanire della scena della sua vita personale, che rivela tutto a un tratto i retroscena e obbligandolo a inginocchiarsi tra le rovine, senza spettatori, in quella solitudine assoluta che è lo spazio stesso dell’incontro con sé.

Quale insegnamento tradizionale è capace di assicurare questa rottura?

Un tale insegnamento non può che parlarne, che evocarlo imperfettamente.

Quale valore ha dunque l’attaccamento a parole e a delle regole e alle raccomandazioni che le accompagnano?

Noi siamo i discepoli della grande Tradizione, nel luogo dove siamo, quando i libri ci sono caduti dalle mani, quando abbiamo smesso di conformarci sia alle rivendicazioni dell’ego che ai testi sacri. Ma un punto merita d’essere ricordato: abbiamo creduto di distanziarci dall’ego precipitando verso i testi sacri, ma ciò non significa che bisogna, in questa nuova presa di coscienza, fuggire questi testi per ritornare alle follie del mondo. Abbiamo dormito sui testi sacri come dappertutto. Visto questo, non torniamo a dormire in altri rifugi.

Lasciamoci lavorare dal Grande Alchimista, nel crogiolo del quotidiano e forse quelli che ci crederanno pazzi e ci consiglieranno di essere controllati dalle regole della saggezza antica, non faranno che esprimere il loro terrore di abbandonarsi anche loro a una Intelligenza che hanno chiuso nei libri, nel sapere e nelle regole. Ma una volta ancora, non è al ricercatore che si indirizza questo invito. Non ha niente da fare con queste parole. Non c’è che la risonanza di un richiamo dimenticato a offrirsi.

E in questa offerta, non mancheranno  incontri per portare consigli ed eventuale sostegno, poiché, con il cuore aperto ad ogni cosa, piuttosto che addetto di una corrente particolare di pensiero, la magia può alla fine operare senza restrizione. Ogni incontro diventa un incontro con sé, ogni situazione ridiventa viva, non sapremmo più leggere il libro della vita in diagonale perché abbiamo realizzato che la nostra vera follia era nella ricerca dei saperi e dei codici, nella chiusura di un mentale e l’anestesia del cuore, nel controllo impaurito del tornado del vivente che non è mai

Stato così mal servito come dai credenti e dai loro torrioni dorati. Ridiventiamo dunque quegli innocenti a cui il vento ha il potere di parlare e la cui porta del cuore è aperta, discepoli con l’intelligenza che abita ogni istante in un tempio i cui limiti sono quelli dell’universo. E perché queste parole non siano solo graziosi tintinnii di campanelle, non perdiamo un istante per incarnarle.

Il discepolo della vita.

Vi suggerisco, con parole che non pesano e a cui vi invito a non dare peso, alcune direzioni meno astratte:

–         il discepolo intrattenga una relazione amichevole con la vita, non negozi quello che gli si presenta, non cerchi spiegazioni razionali, non fugga ciò che si anima in lui, non si cimenti, o non a lungo, su circonvoluzioni mentali per apparire o divenire;

–         il discepolo accolga e se gli capitasse di dimenticarsene nella sua natura di discepolo, ritorni semplicemente a questa accoglienza;

–         il discepolo non ha bisogno di manuale, poiché ha compreso che ciò che gli si presenta è sempre nuovo e non vuole che la sua accoglienza;

–         il discepolo sta scoprendo che la vita è Intelligenza, ma non ha bisogno di razionalizzare la sua accoglienza per quella scoperta. E’ semplicemente accoglienza per natura e senza volerne trarre qualche beneficio o una relazione privilegiata con l’Intelligenza;

–         ciò che ostacola la natura del discepolo è il rifiuto;

–         il rifiuto può essere stato coltivato benissimo da una via spirituale;

–         così, chi non può accogliere ciò che si anima in lui, necessariamente crea in lui un obbiettivo spirituale che dovrebbe, secondo lui, permettere di tenere a distanza l’oggetto del suo rifiuto.

Ora, vediamo che il famoso obbiettivo è presente nell’istante stesso del rifiuto. Se c’è rifiuto, è perduto l’obbiettivo spirituale. Non si tratta  di creare un fantasma, un altro da sé o un altrove e di precipitarsi nella propria direzione, ma di poter accogliere ciò che è, qualsiasi sia la natura di ciò che è.

Sicuramente il ricercatore lancia alte grida davanti ad una tale affermazione, pretendendo che quella sia un’attitudine disfattista, che bisogna lottare, che il mondo ha bisogno di persone che non si accettano, ecc. Siamo seri e realizziamo che altri ricercatori per migliaia d’anni hanno provato a cambiare il mondo senza riuscirci. Noi non siamo qui per cambiare nulla nella percezione che abbiamo del mondo. Ogni tentativo di opporci è all’origine della sofferenza. Essa è uguale a un grande  “no” pronunciato davanti alla vita.

L’accoglienza non implica che siamo inattivi o indifferenti. Al contrario è una qualità di presenza ad ogni cosa e ad ogni essere di cui si tratta.

Essere con…

Riassumerò quella relazione aperta con la vita con l’espressione: essere con…

Le emozioni e i pensieri si elevano naturalmente nel flusso degli incontri e degli avvenimenti. Se c’è qualcuno che li giudica e li controlla, la relazione non è aperta. E’ perciò necessario  figurarsi una relazione nuova con quelle realtà che crediamo dover evitare o fuggire in nome della spiritualità.

Immaginiamo perciò che nessuno ci attenda fuori dal luogo dove ci troviamo, che nessuno speri niente da noi, né Dio, né gli uomini. Nella tranquillità ancora relativa di questa presa di coscienza, che ha la virtù di  lavarci da millenni di condizionamenti, appare allora una possibilità: essere con…

Se non abbiamo più ragione spirituale di sfuggirci, e se forse siamo quello che siamo, senza che né un dio né un uomo abbia da rimproverarci, allora si rivela una relazione benevola. Siamo disponibili per un’esperienza alchemica di cui siamo il crogiolo e al tempo stesso il suo contenuto. Potremo accogliere, senza riflessione particolare, la qualità che fin allora avevamo nominato e giudicato (collera, felicità, gelosia, eccitazione, paura, inerzia ), per quella che è.

L’intelligenza che è l’origine e il contenuto ultimo di quella qualità particolare non potrà rivelarsi che in quella relazione intima, quella accoglienza e quella comunione con ciò che abbiamo spesso rigettato, o adorato, nello stesso modo. Non è tanto con un oggetto che si stabilisce la relazione, ma con l’Intelligenza stessa, che si rivela immancabilmente presente in colui che accoglie e in ciò che viene accolto.

Si può parlare di inaccettabile, mentre ciò che cerchiamo tentando di controllarlo o correndo altrove, si rivela all’istante e sul luogo stesso della sua apparizione?

Questo è un buon momento per essere vivi.