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Il vero luogo della Pace di Thierry Vissac

26 Settembre 2010

3ème Millénaire  n.70 – Traduzione della dr.ssa Luciana Scalabrini

Qualsiasi sia il rapporto con la sofferenza, la domanda che solleva il ricercatore spirituale è sempre d’attualità.

Che gli sia proposto di elevarsi al di sopra, che si senta sommerso o capace di andare al di là, possiamo sempre considerare che  la questione  non è stata trattata, che nessuna risposta, alla fine della ricerca, ha potuto essere trovata.

Infatti la sofferenza è il centro della ricerca spirituale. Il desiderio di disfarsene o di darle un senso, che è la stessa cosa, è la preoccupazione principale del ricercatore. I sacerdoti  dello sviluppo personale l’hanno capito bene, loro che avanzano la possibilità di un benessere che essi promettono più o meno stabile, permanente.

Non possiamo dubitare della presenza insistente del desiderio di vivere in pace nel corpo e nella mente. Ma occorre che ci rendiamo conto che non cerchiamo nel posto giusto.

Per scoprire il vero luogo della pace, dobbiamo incontrare quel desiderio di vivere in pace per sentire il messaggio che ci trasmette, perché quel bisogno è l’eco di una realtà profonda, il ricordo diffuso di una pace dimenticata, di cui non sentiamo da gran tempo che i profumi.

Chiediamo la cessazione di ogni sofferenza, di ogni tormento, e siamo pronti a pagare caro per questo. Cerchiamo mezzi a volte sofisticati per cancellare il dolore e certi pensano che la scienza potrebbe arrivarci completamente. Ma la volontà di anestetizzare il dolore è l’espressione di un rifiuto raramente rimesso in questione. Sembriamo nascere al mondo con un postulato che afferma che dobbiamo lottare contro un nemico invincibile. E, se la scienza ci fornisce le pillole miracolose, dobbiamo riconoscere che la nostra lotta è irrisoria. Il dolore ritorna infallibilmente. Ma, malgrado questa constatazione, continua a manifestarsi il rifiuto. Ecco la relazione immatura che l’umanità ha con la natura!

L’idea di un’accettazione della sofferenza, che forse vedete profilarsi nel mio discorso, può apparire rivoltante, ma nell’energia che si risveglia davanti a una tale prospettiva si trova la chiave che permette di risolvere la questione.

Il dolore fisico ci insegna che subiamo una sensazione a misura della nostra soglia di tolleranza. Ora, è evidente che la soglia non è nel dolore, ma in chi lo vive. Non abbiamo tutti le stesse reazioni al dolore. La soglia di tolleranza è da mettere in parallelo con il nostro rifiuto. La sofferenza è un rifiuto aggiunto a una sensazione naturale. Più il rifiuto è grande, più la sofferenza è grande.

Ma che ne è della sensazione? Ha una intensità propria e universale? E’ neutra? E’ possibile vivere una sensazione senza farne una sofferenza?

E se trasferiamo queste questioni alle sensazioni mentali, che sono le ansie e i tormenti, è possibile vivere un pensiero senza farne una sofferenza?

Questo sguardo ci conduce progressivamente ad affrontare la questione sotto un’angolazione nuova: ci liberiamo dalla sofferenza eliminando la sensazione e il pensiero, o la liberazione è indipendente dai movimenti del corpo e della mente?

Possiamo già vedere che il rifiuto proviene dalla credenza diffusa che possiamo dire “no”. E nello stesso modo in cui diciamo no a un avvenimento imprevisto, diciamo no a una sensazione o una prospettiva mentale che rifiutiamo. La sofferenza è proporzionale al nostro rifiuto di un avvenimento, di una sensazione, di una parola. Certo, non si tratta di negare la realtà della sensazione  o l’impatto di un avvenimento o di una parola, o la necessità di una azione di ritorno, ma di esplorare con coraggio la vera causa della nostra sofferenza.

Bisogna vederla senza disfattismo: i movimenti, le esigenze del corpo e della mente non si comandano e la credenza diffusa, perfino nei circoli spirituali, che arriveremo a controllarli è una illusione. La nostra libertà non dipende da un controllo qualunque, certamente non dei movimenti naturali.

Da sempre la saggezza immortale ci insegna, con le testimonianze o con l’esempio, che la pace non dipende dai movimenti del corpo e della mente. I fabbricanti di pillole e di sogni l’hanno nascosto. E, affrontando questo argomento con l’osservazione della nostra relazione con la natura, potremo forse considerare di disfarci delle credenze usuali, che tendono a liberarci dai movimenti naturali del corpo e della mente, per trovare la pace.

“Considerare” significa che non vi resistiamo, che il rifiuto non si applica a quello sguardo nuovo e che siamo disposti a integrarlo, o, più esattamente, a verificare che è possibile vivere in quel modo. Di nuovo, non si tratta di discutere  la validità puntuale di un procedimento chimico per sedare i grandi dolori, non è questo l’oggetto della nostra ricerca. Stiamo affrontando un argomento delicato con un occhio nuovo e temerario, accettando interiormente che forse abbiamo fatto una falsa strada e che esiste in sé una possibilità da scoprire, una natura profonda che non aspetta che le cose del corpo e della mente migliorino necessariamente per conoscere la pace, per essere la pace.

La promessa di una vita senza sensazioni sgradevoli, senza ansie, mantiene la fuga e la sofferenza: il rifiuto è  nell’attesa che la promessa si realizzi. E’ così che viviamo da lunghi anni, senza veramente accogliere ciò che accade, tentando di evitare ciò che ci appare come un errore, chiusi a tutto ciò che non produce la completa sensazione del benessere. Il consumo di droghe e di medicine si inscrive naturalmente in quella ricerca.

Non possiamo che sentire una profonda compassione davanti a questo smarrimento collettivo e alla sofferenza che produce e perpetua.

Cosa succederebbe se, invece di dimenticare quella intuizione, ci proponessimo di considerare seriamente uno sguardo nuovo sulla natura umana? Rispondo affermando che compiremmo uno dei primi passi verso il nostro risveglio spirituale. Infatti possiamo risvegliarci alla nostra vera natura, dal momento che  lasciamo la focalizzazione sul corpo e il pensiero come luogo della nostra sofferenza e del nostro piacere.

La nostra esistenza precede ogni sensazione e ogni pensiero. Noi siamo il luogo della pace addirittura prima di pensarci, prima di associarci ad una sensazione.

Noi siamo, io sono, prima e dopo ogni avvenimento, ogni sensazione, ogni pensiero.

Questo essere che io sono è quello che può accogliere tutte quelle cose senza necessariamene attaccarvisi, colui che sopravviverà immancabilmente ad ogni sensazione, ogni avvenimento, ogni pensiero. Questo qui  non si compromette e non soffre che quando dimentica la sua vera natura, cercandosi tra la manifestazioni transitorie dell’incarnazione. Per “cercarsi” intendiamo cercare di trovare la pace all’esterno della nostra vera natura, all’occorrenza in un mondo che vorremmo senza movimento, senza quella rivoltante alternanza di dolore e di piacere.

Non possiamo più illuderci oggi sulla realtà di quella ricerca della pace fuori di noi. Considerare oggi che è possibile accogliere ogni avvenimento, ogni sensazione e ogni pensiero come dei movimenti che non ci appartengono come propri, è un ricordarsi della nostra vera natura e un assaggio della vita Divina, del risveglio spirituale.

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