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Una vita di risveglio di Ma Anandamayi

24 Settembre 2010

 

3ème Millénaire n. 53 – Traduzione dr.ssa Luciana Scalabrini

Ma Anandamayi fu e rimane una luce nel cielo della ricerca spirituale. Era famosa per la sua luminosità, la felicità che emanava da lei, la sua compassione senza limiti, la sua estrema universalità. Immense folle accorsero per raccogliere una scintilla della sua presenza che risvegliava all’aspetto incondizionato dell’essere:

“E’ detto: non c’è che l’uno senza secondo. Nel Sé non può esserci secondo. La nozione di due non appare anche nelle operazioni mentali. In realtà senza piedi cammina, senza occhi vede.”

Nacque nel Bengala orientale nel 1896, fu sposata prima di compiere 13 anni, ma restò a vivere coi genitori fino a 18 anni, età in cui raggiunse il marito, che diventò il suo più fedele discepolo. Milioni d’Indiani e migliaia di  stranieri vennero a vederla; passò la maggior parte della vita in pellegrinaggio continuo in tutta l’India. Nel 1982 lasciò il suo corpo.

Ma invita sempre l’uomo all’Essenziale: “Lo sforzo di svegliarsi alla propria natura reale è il dovere dell’uomo in quanto essere umano”; “la parola umanus dà la chiave di ciò che un uomo dovrebbe essere realmente: un uomo risvegliato alla coscienza di sé. Anche se è caduto non è suo dovere rialzarsi e raddrizzarsi ancora? Se non si sveglia alla coscienza del suo sé, cosa ha compiuto? Non ha fatto che mancare alla sua vita. Quante vite sono mancate così, generazioni dopo generazioni! Trovate chi siete!”

Gli ostacoli sul cammino della ricerca spirituale, sono derivati dal sonno diurno dell’uomo non risvegliato alla sua irrealtà: “ciò che è percepito in questo mondo, è della natura del sogno, simile a ciò che si vede in sogno”, nato dall’ignoranza e dalla dimenticanza di se stessi erano messe in luce: “la vita del mondo è senza alcun dubbio un campo di battaglia”;  “Nascita umana, questo non significa fare necessariamente l’esperienza del desiderio, della passione, del dolore, della sofferenza, della vecchiaia, della malattia, della felicità e così via… è il velo dell’ignoranza, che è causa d’agonia e di malessere”.

Se la ricerca di Verità è lo scopo supremo, i cammini d’accesso al senza-accesso sono innumerevoli. Ma Anamandayi evitando le centinaia di ostacoli e difficoltà non si faceva difensore di nessun metodo pedagogico particolare e riconosceva a tutte le vie a finalità spirituale un’essenziale utilità: “Come si può imporre un limite all’Infinito dichiarando: questa è la sola via… Perché tante sette e religioni? Per il fatto che attraverso ciascuna Egli si dà Lui stesso a Lui stesso, in modo che ciascuno possa avanzare secondo la sua propria natura”. “Molti cammini portano alla verità, ma la Verità stessa è una e non conosce distinzioni. Secondo le proprie distinzioni e il proprio temperamento, l’uomo adotta il cammino che gli conviene di più”.

Il suo insegnamento si adattava all’interlocutore: “Quel corpo risponde precisamente nella tonalità dove si pone la questione. Di conseguenza, quale può essere la sua opinione? Una data direzione permette di raggiungere un dato obbiettivo. Tutto il resto è fuori scopo.

Ma quando cessa la distinzione tra ciò che ci si aspetta e ciò che è fuori dall’attesa, Quello si rivela”.

“Non potrete intraprendere il pellegrinaggio verso l’Immortalità senza questa specie di virilità che occorre risvegliare. L’uomo può trovarsi in mezzo a ogni sorta di tendenze, ma non può permettersi di essere sballottato di qua e di là impotente sulle loro influenze. In ogni circostanza è suo dovere preservare intatta la propria individualità e la propria forza di carattere. Seguire la corrente è facile ed è difficile tenersi fermi come una roccia…  Per diventare fermi si deve essere centrati in Dio”.

Quell’addormentamento della vita meccanica, dove l’addormentamento lascia  aperte le porte a tutte le manifestazioni negative dell’ego, dove l’uomo, prigioniero delle sue identificazioni e attaccamento al mondo materiale è sballottato qua e là dalle sue emozioni: “In questo mondo dove si va e viene senza fine, nessuno appartiene a nessuno, e però richiedete sempre”; “le attività del mondo procurano una felicità temporanea accompagnata da un dolore continuo. Diventate un pellegrino sul cammino della realizzazione del sé!”.

Che significa entrare nel proprio Essere? Realizzare ciò che è: l’Uno risplendente in Sé, tutto penetrante, presente in tutte le forme, tutti gli stati di spirito e tutti i modi di esistenza. Là, la parola non ha posto. Perché chi può descrivere in una lingua qualunque la Forma Essenziale o il Senza-Forma? Lui e solo Lui è”.

 

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