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Viaggio nel paese dal cuore aperto di A.-M. Cocagnac.

28 Aprile 2011

(dall’archivio di 3millenaire, a cura di Luciana Scalabrini)

Può darsi che un giorno l’India diventi un paese simile agli altri, livellato a altre civiltà senza radici. Per me è ancora la terra di Bharata, un’isola di fuoco da cui emerge  ancora su un oceano d’indifferenza, di dubbio e di paura. Occupa le tre dimensioni di uno spazio visibile, ma ne lascia presentire un altro col quale comunica con la totalità dell’universo spirituale.

Sarei incapace di dare delle prove di questo, tutt’al più qualche segno. Nella grave crisi  che viene dal disequilibrio demografico di questo paese, non mancano coscienze indiane che pensano che le soluzioni possibili non potranno mai fare tabula rasa   delle conquiste del passato. Le grandi vie spirituali  che segnano la storia di questo popolo  non terminano oggi in un nulla. Lo yoga, l’etica della Bhagavad- gita, il senso del Dharma( conformità della legge morale col Cosmo ) sono esempi di quella vitalità sempre attuale. Ma si potrebbe aggiungere il gusto delle scienze, il senso della logica, il talento matematico, valori meglio fatti per  rassicurare l’occidente materialista.

Ma chi non vede che quei valori sono legati agli altri, quelli che si dicono più spirituali? Fanno parte di uno stesso vissuto molto antico che ha dato dei frutti e può ancora stupirci. Ile ideologie contemporanee che pretendono di costruire su di una terra bruciata sono forse una manifestazione della tendenza suicida dell’umanità. Possa l’India restare la terra di Shiva e di Durga, di Krishna e di Rama, di Buddha e Mahavira. Essa è la frangia del mantello d’un Dio che riempie il santuario inaccessibile, la sorgente di un fiume potente che conduce con la corrente della non violenza..

Quello che farà l’India della sua eredità sarà per gli uomini una ragione di sperare o un segno premonitore della loro fine.

LA DEA ALLA CORTE DI BOMBAY

Quando si passa il quadrato dorato degli orefici che mostrano senza pudore l’opulenza della loro arte sottile,  si scopre nel cuore della città il tempio dell’antica patrona di Bombay: shri Mumbadevi. Si contano , tra gli altri familiari di questo santuario, gli umili kuli che sono i facchini  del mercato.  L’hinduismo mostra qui ancora la sua vena popolare. Di fronte alla riservatezza dei giainisti o al rigore  formale dei musulmani, si constata un vera abbondanza di pietà. In un insieme commerciale, il tempio stesso è un seguito di  botteghe spirituali dove ciascuno trova il suo modo personale di pregare. Le offerte, i gesti di rispetto si moltiplicano nella corte stretta che assomiglia un po’ ad un passaggio del commercio parigino. Sul suolo, però,  c’è la cenere dei fuochi sacrificali; una donna ne prende un pizzico per metterlo sulla fronte di un ragazzino. Ghirlande, polvere colorata, oggetti devozionali caricano le immagini e i quadri che decorano il santuario. La ressa mistica a volte rischia l’imbottigliamento, per riassorbirsi presto come per miracolo. I gesti di pietà sono intensi ma brevi; questa fiera mistica spinge certi stranieri a  definire questa devozione superstizione. Siamo evidentemente gli  antipodi dall’abbazia do Soelmes o da una parrocchia protestante di Hannover. Con che diritto possiamo giudicare? Chi può conoscere, dall’esterno ciò che passa nel cuore dei fedeli di Shiva, di Hanumhan e di Mumbadevi? Da parte mia, penso che si trova molta tenerezza  e  fiducia  negli dei o in un Dio che manifestano  la loro grandezza con segni che giudichiamo troppo in fretta prima di dichiarare ridicoli Religione a buon mercato? Certo, ma perché dirla troppo facile? Chi può conoscere il prezzo di un atto quando regna la povertà, quando la speranza non va oltre il quotidiano?  No, quel buon mercato non è una odiosa facilità. Gli dei che si alleano con gli uomini fanno effettivamente un curioso mercato del loro amore: in cambio dei doni simbolici dove entra ben poca materia e molto cuore, versano in quello stesso cuore il coraggio di vivere e la certezza d’essere compresi, amati, circondati da una forma d’amore che in tutte le lingue del mondo si chiama misericordia. A buon mercato? Non è un cristiani il cui dio fu venduto per trenta denari che potrebbe criticare con quel termine. Il Cristo non ha detto, anche lui, vedendo la povera donna che metteva un soldo nella cassetta del tempio di Gerusalemme: essa ha dato più di tutti gli altri perché ha dato del suo necessario, della sua sostanza, della sua vita?
Sono grato all’India di costringermi ad una tale revisione delle mie reazioni, delle mie emozioni, dei miei pensieri e delle mie parole.

UN PAZZO NEL TEMPIO DEI JAINS

Ho appena passato un’ora nel tempio giainista di Malabar Hill a Bombay. Questo tempio di costruzione recente è completamente coperto di pitture e di sculture policrome che ne fanno un gran libro di immagini. L’effetto è così sorprendente che si esita: Saint- Sulpice o Disneyland? Si tratta infatti di un’arte popolare molto particolare che unisce l’abilità e alla incompetenza in completa ingenuità. Questa insolita decorazione fa del santuario una hall di preghiera molto aperta, offerta alla sensibilità di un popolo semplice nelle sue intenzioni come nelle azioni. Tocca così il cuore dl visitatore per caso che accetta di lasciare alla porta del tempio, con le sue scarpe, i suoi criteri estetici classici.

I profeti del giainismo si chiamano Tirthakara, quelli che fanno il guado. Le loro statue brillano dietro una sorta d’iconostasi d’argento che dà  a quel Santo dei Santi un’aria bizantina o russa. L’ispirazione di queste statue è veramente magica; gioca su dei meccanismi di fascinazione La loro materia metallica evoca il corpo spirituale esistente in un altro ordine. La pupilla nera degli occhi risalta su dei globi oculari fosforescenti, la presenza del profeta s’impone in modo quasi insostenibile. Questo splendore magico, questo sguardo quasi elettrico spiegano il genere di culto che i devoti vengono a fare in questo luogo. Uomini, donne, bambini sfilano davanti alla porta centrale dell’iconostasi, per salutare la santa immagine, prima di fare la pradakshina, il giro rituale, cominciando da sinistra.

Il tempo passa. Seduto in un angolo discreto, vedo scorrere il film della devozione popolare. Spesso la campana suona per annunciare al santo la venuta  di uno dei suoi fedeli. Un elettricista traffica nelle volte. I colpi di martello rispondono alla campana. Il rumore della strada, delle grida entrano dalla porta. Un grosso corvo approfitta dello stesso passaggio per prima di andare a mettersi su una cornice interna. Sa che non lo cacceranno : i giainisti non sono dei ferventi addetti della non violenza e amanti degli animali? Improvvisamente vedo entrare un energumeno che manifesta l a sua devozione in modo un po’ aggressivo; si attacca alla campana di cui tira le corde Prende dall’altare un libro di preghiere che getta con un gesto di disprezzo. Piantato ora davanti l’iconoclasta gesticola emettendo una stridente melopea di cui ci si può domandare se è veramente destinata al santo. In effetti i suoi occhi girano da tutte le parti cercando l’effetto fatto sui fedeli in preghiera e in particolare sul visitatore straniero seduto nel suo angolo. Passa da un’immagine all’altra mostrando una devozione febbrile. Finisco per sentirmi a disagio, non per me ma per i fedeli del tempio che possono essere turbati da quella agitazione.

Penso che quel personaggio debba essere conosciuto dai custodi del tempio, giudicato inoffensivo e integrato alla comunità religiosa del quartiere  Mi viene l’idea che una tale azione è sempre meno possibile in una società occidentale. Si conoscono ora i fattori sociali di certe affezioni mentali. La stessa società che confusamente si sente creatrice di perturbazioni psichiche tollera male queste manifestazioni Suscita importanti reazioni di difesa che portano a sequestrare quelli che prima ha alienato. Secondo modalità diverse, il mondo capitalista e l’ordine socialista non sfuggono a quella aberrazione.

Una volta l’Innocente aveva il suo posto nella comunità. Nel mondo dei santoni contemporanei è eliminato. Non si crede più al suo potere di veggente che gli faceva aprire la finestra per vedere prima degli altri la stella misteriosa che annunciava Dio. Incapace di pace, l’umanità si tranquillizza come può.

Tuttavia, in questa Bombay che vuole vivere oggi, esiste ancora un luogo che può essere santo perché accoglie ancora degli spiriti che si dicono  disturbati ma che a volte non sono che disturbanti.

LE IMMAGINI DI UN AMORE TOTALE

L’erotismo della scultura dei templi di Khajuraho non è quello che molti turisti vorrebbero trovare: l’eccitazione di adulti immaturi nascosta dietro un sorriso, di convenienza,  segno di un ma malcelata disapprovazione.  Gli eterni collegiali indugeranno sui dettagli senza poter distogliere lo sguardo. Una profonda riflessione illumina  la visione. Il dettaglio non ha qui il suo significato che per il suo posto nell’insieme. Qui, meno che da ogni altra parte, la scultura deve essere considerata una decorazione. Fa blocco con l’architettura perché la stessa architettura è un blocco di pietra, innalzato per la divinità. L’analisi di un tempio hindu in pietra non deve mai perdere di vista i santuari ritagliati una volta nelle rocce delle coste. È una massa insieme materiale e spirituale, un accumulo di particelle energetiche; le sculture valgono fra questi elementi e manifestano a pieno la potenza dell’insieme.
Lo sguardo che stacca queste forme viventi dalla composizione generale rischia di ucciderle o almeno di sporcarle. Non è lo stesso quando l’uomo considera la sua funzione sessuale al di fuori della totalità del suo comportamento? Non è nel suo processo, la radice di ogni oscenità?  La sessualità considerata manifestazione d’energia ha delle possibilità di crescere e di rivelare una dimensione che nasconde uno sguardo più alto.

Khajuraho è un grande insieme. Gettiamo un colpo d’occhio, per esempio, sul tempio di Lakshmana. Bisogna distinguere il santuario propriamente detto dalla sua costruzione. Ciascuna delle due parti ha un significato diverso. La base mostra l’ammasso caotico del mondo materiale, il santuario descrive un processo di sublimazione delle forze attive dell’universo.

Nella base si distinguono tra altre manifestazioni della vita le violenze delle armi e del sesso. Le bravate  soldatesche, la zoofilia hanno il loro posto in quel quadro molto realista.  L’architettura non esclude qui gli aspetti sgradevoli dell’umanità. È il luogo dei fantasmi lacerati. Sembra che gli Indiani di quel tempo abbiano compreso perfettamente il pericolo della dissociazione di quei fantasmi. Il loro senso spirituale elevato non impediva loro di considerare il fondo sadomasochista che è in ogni uomo. Spogliato da ogni censura e senza compiacimento, fissavano su muri dei loro templi delle immagini  suscettibili di farli riflettere più che di emozionarli. Il tempio era allora un grande yantra, un supporto di meditazione; quella fantasmagoria non era esclusa dallo strumento spirituale, pur tenendosi a rispettosa distanza dal santuario stesso  Così si agitava nella infrastruttura del tempio un mondo terribilmente umano in cui l’ordine del Dharma si trovava continuamente minacciato dal premere delle pulsioni interne. La sfilata dei soldati, la teoria degli elefanti non garantivano che un ordine illusorio. Contribuivano anche al disordine, perché la violenza è sempre pronta a ritornare al caos. Di fatto, la sessualità staccata dai suoi bisogni più elementari, vissuta sotto gli aspetti più deboli, manifesta la vita allo stato grezzo, allo stato di bruto.

Il santuario invece e specialmente il Garbha che ne è il cuore, ha una serie di rappresentazioni amorose di un tutt’altro spirito. Qui il faccia a faccia è importante come il coito;  anche carnalmente allacciati, non smettono di guardarsi in una contemplazione quasi estatica. L’uno vede nell’altro l’immagine di un possibile dio. Quanto alle posture sono le asana di uno yoga il cui scopo spirituale è evidente. La portata di quelle immagini oltrepassa il piano di un insegnamento tecnico amoroso. Insegnano il cammino dell’unità interiore che conduce a Dio .Certe pose acrobatiche terminano in piramidi umane a volte totalmente  irrealizzabili. La stravaganza di queste è significativa: non può essere un semplice mezzo per aumentare la gioia fisica. Si tratta invece di negare la pesantezza della carne in disordine per rivelare la potenza ascensionale dei corpi elevati da un grande ispirazione interiore

Gli antichi indiani lo sapevano: l’uomo può fare l’amore col suo corpo sottile e, quando eleva i templi a sua immagine, la pietra stessa traccia verso l’alto il cammino del cuore.

L’ESTASI E L’ORGASMO

La grande estasi di Teresa D’Avila era fatta per suscitare l’interesse degli psicanalisti e degli psicologi per caso. Quel dardo che si inserisce nella carne nel cuore della donna, quella gioia mettono in questione la natura puramente spirituale di quell’evento.

Ingenua, Teresa scriveva senza saperlo di un soggetto che attirava l’attenzione della psicologia contemporanea; fantasiosa, Teresa non era ambigua ed era schietta a proposito delle proprie esperienze ed emozioni. Io la considero una donna di grande sentimento e non una femmina che confonde il movimento dei sensi con quello del cuore.

Si è detto che il più grande organo sessuale dell’uomo è il suo cervello. Questo è vero se lo si intende che una certa funzione cerebrale può suscitare la gioia del corpo. Con essa il piacere provato col flusso delle secrezioni endocrine , con le contrazioni muscolari e sensazioni epidermiche si trasforma in una percezione molto particolare. È l’entrare in un ordine nuovo fuori dallo spazio e dal tempo. Questo espandersi cerebrale è legato di solito all’attività genitale normale; l’amore è una funzione umana che è pericoloso dividere.

Però c’è una questione. Sembra che certi stati di meditazione possano scatenare la percezione generalmente provocata dall’atto sessuale. L’accesso al settimo cielo non passa sempre dalla soddisfazione viscerale. Certo, l’esperienza che copre questa metafora cosmologica può essere di natura molto diversa: l’unione al dio personale dei cristiani non è la fusione con il Brahaman o l’esperienza del vuoto propria dei buddisti. Sembra tuttavia  che l’aumento  della percezione abituale caratterizzi tutte le manifestazioni di tipo estatico. Si potrebbe parlare di una apertura della coscienza comune all’orgasmo vissuto pienamente come all’estasi  apparentemente più disincarnata.
Se, per riprendere un’immagine biblica, esiste una scala tra la terra e il cielo, i mistici sono degli acrobati capaci di prendere al volo i posti più elevati di quel cammino verticale.

Il cervello sembra mettere al servizio un circuito che si caratterizza con un’apertura della coscienza. L’orgasmo, la creazione scientifica o artistica, l’estasi e altre attività paranormali sembrano rivelare questo potere. Questo strano potere porta a degli incontri di diversa natura: il compagno del gioco sessuale, la realtà che ispira, Dio appartengono a ordini molto differenti. Una certa somiglianza lega talvolta queste diverse modalità di percezione.  Questo spiega perché i santi parlano come gli innamorati, , gli amanti come dei mistici, perché si dice anche dei sapienti e degli artisti che essi sono in gestazione e che partoriscono.

Questa apparente confusione di linguaggio è in realtà la sua forza d’espressione. Se lo psicologo non vede che un sesso nel dardo che brandisce l’angelo per colpire il cuore di santa Teresa, è che prende il livello della propria descrizione per quello dell’ultima ragione delle cose.

Conoscere l’imprecisione di un linguaggio, discernere la potenza evocatrice di quel flusso volontari, non è in nessun modo approfittare della confusione che può far nascere. Solo il rifiuto di vedere suscita e approfondisce la confusione. Vedere prima le interferenze, le interazioni tra attività analoghe può dissipare l’oscurità. I contatti di ambiti particolari permettono senza dubbio il sorger della poesia che è il linguaggio del cuore.

Quella analisi avrebbe il diritto di uccidere per disseccarla questa lingua cordiale? Se talvolta gli angeli brandiscono il sesso invece di portarlo nel posto previsto, è che si tratta di uno strumento d’amore “ più che fallico”. Non è la freccia cieca del piccolo dio cupido; è il tratto infiammato che porta il fuoco di Agapè, dell’amore misterioso che apre in questo mondo le porte dell’Altrove.

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