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La mia totale assenza, la mia vera presenza di Jean Klein

25 Dicembre 2010

Jean  Klein      (1912 -1998)

La mia prima e reale presa di coscienza fu all’età di 9 o 10 anni. Suonavo il violino e il cane guaiva, disturbandomi. Presi un oggetto e stavo per lanciarglielo, quando, improvvisamente, col braccio alzato, notai lo sguardo del cane e compresi ciò che stavo facendo. Fu la prima volta che presi coscienza in modo bipolare e della mia reazione che veniva da un senso di superiorità che non aveva ragione d’essere. L’effetto fu molto forte. Mai più da allora caddi in quell’errore.
La prima percezione dell’unità o del risveglio si produsse verso i 17 anni. Aspettavo un treno in un caldo pomeriggio. La stazione era deserta e il paesaggio addormentato. Tutto era silenzioso. Il treno era in ritardo e aspettavo senza aspettare, molto rilassato e senza alcun pensiero. All’improvviso un gallo cantò e quel suono insolito mi rese cosciente del mio silenzio. Non era il silenzio obbiettivo di cui ero cosciente, come capita spesso quando ci si trova in un posto tranquillo e un rumore improvviso mette in evidenza il silenzio che ti circonda. No, fui proiettato nel mio proprio silenzio, mi sentii in uno stato di coscienza al di là dei suoni o del silenzio. Più tardi lo provai molte volte(…)

D.   Qual era il vostro stato d’animo in quel periodo pre- indiano? Era il momento in cui avete trovato un orientamento dove la vostra ricerca si è chiarita di più?
Si, perché non avevo trovato né libertà né pace negli oggetti e nelle situazioni; cessai di accumulare conoscenza ed esperienza e fui condotto ad una ricerca più profonda: come posso raggiungere il compimento se non passo attraverso gli oggetti? Ho vissuto a lungo con questa domanda, in uno stato di non- conoscenza.
Ci fu un abbandono di tutto ciò che non era essenziale, di tutto ciò che non si riferiva  alla bellezza interiore, alla libertà interiore. Avevo una enorme lucidità ed energia in quel periodo. Avevo una gioia di vivere, un entusiasmo per la vita ed un grande ardore nella ricerca. Ha risvegliato in me il desiderio di essere stabile in quello stato di non- conoscenza, e di trovare un aiuto in quella ricerca (…)

D.    Finché eravate discepolo di Pandiji, non avete mai desiderato altri maestri per una maggiore chiarezza?

Non c’era in me nessun desiderio riguardo a quello. Non ero andato in India per trovare un maestro. Fu il maestro a trovarmi. Non c’è che un solo maestro. Arrivai presto alla conclusione che non c’è niente da insegnare e che ciò che cerchiamo non appartiene a nessun insegnamento e a nessun maestro. Così, perché cercare qualcuno? E’ la presenza del guru che mostra che non c’è niente da insegnare perché il maestro è nel ”io sono”. Ho preso coscienza che è solo il “io sono” e non uno spirito o un corpo che può portarvi al “io sono”.
D.    Quanto tempo avete passato a vedere Pandiji?

Circa tre anni.

D.     Poi avete lasciato Bangalore per Bombay?

Si, sono partito per visitare il paese.

D.    E fu allora che avvenne l’illuminazione?

Si. Ci fu abbandono completo dello stato condizionato e stabilità definitiva nello stato incondizionato, senza residuo. Il risveglio si dispiegò pienamente e mi percepii nella globalità.
D.    Vi era già capitato prima ?
No. Avevo avuto due o tre illuminazioni, ma quello era più di una illuminazione. Non c’era ritorno all’indietro possibile. Avevo trovato il mio vero fondamento.(…)
Per la qualità del mutamento, non c’era alcun dubbio che potessi essere ripreso dalla dualità, e questo si confermò nei giorni e nelle settimane seguenti. Sentii una rettifica nel mio corpo e nel mio cervello, come se tutte le parti avessero trovato il loro posto giusto, la loro posizione più confortevole. Vidi tutti gli avvenimenti quotidiani  apparire spontaneamente nel non- stato nella mia totale assenza, nella mia vera presenza.

Jean Klein.

( a cura di L. S. )

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