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Dalla via psicologica all’approfondimento della spiritualità umana di Didier Lafargue

26 Settembre 2010

 

 

3ème Millénaire n. 84 – Traduzione della dr.ssa Luciana Scalabrini

Un’immersione nel mondo degli dei

Per Carl Gustav Jung, la psicologia introduce al mondo del divino. La dimensione molto ampia che dà all’inconscio obbliga l’uomo a mettere in questione la sua vita religiosa.

Che cosa è la psicologia? In un senso etimologico è lo studio dell’animo umano. Con l’anima precisamente tocchiamo l’essenziale, perché con lei entriamo in contatto con il mondo dell’invisibile.

La psicologia ha acquisito oggi un riconoscimento scientifico, attaccandosi su basi sperimentali a studiare i comportamenti mentali dell’individuo. Grazie agli sforzi di Freud, è stata attribuita all’inconscio una nuova importanza. La psicologia del profondo allora è stata una rivelazione dell’uomo a se stesso, secondo le parole di Jung, dando l’opportunità di avere un’immagine più autentica della natura umana. La cura dell’introspezione, la volontà d’essere all’ascolto dei messaggi dati dall’inconscio avevano per effetto di rivelare all’individuo dei fatti sconosciuti sulla propria persona.

Il contatto con i suoi pazienti aveva dato a Jung una visione della natura umana uno scadimento in rapporto alla sua epoca. Aveva sentito tutte le debolezze del suo tempo attraverso i tanti casi che aveva conosciuto. “La psicologia non deve abbracciare l’anima in tutta la sua ampiezza, ciò che include filosofia, teologia e molte altre cose ancora? Di fronte a tutte le filosofie dalle infinite specie, a tutte le religioni riccamente diversificate, si innalzano, suprema istanza forse della verità o dell’errore, le cose immutabili dell’anima umana”, affermava Jung (L’anima e la vita ).

La psicologia infatti può essere un aiuto certo per l’individuo di fronte ai problemi nuovi generati dal mondo moderno. In epoche antiche, la vita intera dell’uomo era ritmata dalle ritualità religiose di cui la chiesa era custode. Ma con la venuta di una certa decristianizzazione e l’affermazione del materialismo, saltò questo ordine e l’individuo si trovò isolato e in balia di se stesso. Seguì una rimessa in questione e delle risposte  alle domande che la persona si poneva poterono essere affrontate con la psicologia del profondo. A questa Jung portò la una impronta particolare.

Psicologia e fondo dell’anima umana.

La sua professione di psicologo aveva consentito a  Jung di proporre idee filosofiche sul mondo in generale e di costruire una concezione dell’esistenza destinata a insegnare a vivere ai suoi simili. Lì la sua concezione dell’inconscio doveva distinguersi da quella elaborata da Freud.

Questo aveva costruito tutto il suo sistema  in reazione all’era vittoriana. Secondo lui l’inconscio era solo personale, ricettacolo di tutte le pulsioni, essenzialmente di carattere sessuale, rifiutate dall’individuo. Comportava un carattere malsano di cui l’uomo non aveva a inorgoglirsi. Più ricco e vasto era l’inconscio nell’ottica di Jung. Egli aveva costruito tutta la sua opera sulla base della sua erudizione, della sua esperienza di psicanalista e di numerosi viaggi da cui trasse molti insegnamenti delle diverse tradizioni spirituali. Il suo mestiere gli aveva permesso di occuparsi di esseri diventati nevrotici per aver trascurato la natura religiosa della loro anima. Infatti erano venute a vederlo persone perché, avendo ubbidito per tutta la vita a principi razionali rigidi,  si erano a un tratto confrontate con un vuoto dentro di loro di fronte alle nuove prove della vita. Jung aveva loro chiesto di  raccontare i loro sogni e ne aveva tratto simboli ricchi di significato, substrato di una via religiosa allora non presa in conto, che poteva portare ad un rinnovamento della personalità umana. Così aveva osservato simboli simili a un vecchio o a un gigante, cioè principi che esprimono l’idea della grandiosa caratteristica della via divina.

Sosteneva così che, al di là dell’inconscio personale, esisteva una parte comune a tutti gli individui, costituita da tutte le esperienze conosciute dall’umanità dalle sue origini e sulla quale poteva appoggiarsi l’essere umano in caso di crisi. Da quel substrato traggono la loro origine i racconti, le leggende, le mitologie. I simboli che davano loro un senso erano il prodotto di ciò che Jung chiamava gli archetipi, comuni a tutta l’umanità. Questi per Jung erano molto potenti. Come nell’immagine del drago della tradizione cinese, potevano essere benefici verso la coscienza umana, dandole forza e ricchezza, ma potevano anche soggiogarla e dominarla se venivano ignorati.

Ambiguità della vita spirituale.

Il desiderio di assimilare quegli archetipi dà tutto il suo valore all’anima umana. Il sentire di avere un’anima, respiro che ci anima, si è sempre imposto alla coscienza. La nozione è complessa ed esprime molte realtà. Per questa ragione certi popoli assegnavano  ad ogni uomo molte anime, esprimendo tanto l’attaccamento alla terra che il desiderio di salire verso il cielo. La nostra psicologia ritiene che quella tendenza non fa che tradurre la diversità delle attitudini psicologiche umane. Jung vede nell’anima un ponte, un legame tra la coscienza e l’inconscio. “Dapprima è un contenuto che appartiene al soggetto, ma anche al mondo dello spirito, l’inconscio. Per questo l’anima ha sempre in lei qualcosa di terrestre e di soprannaturale” (Tipi psicologici ). Secondo lui, l’anima è sempre suscettibile di elevazione, una trasformazione che si fa progressivamente con un’assimilazione sempre più profonda delle ricchezze appartenenti all’inconscio collettivo.

Il fuoco centrale che dà a quello sforzo tutto il suo senso è il Sé, punto di approdo di tutti i miti e simboli, Dio nel più profondo di noi stessi. Quello che giunge a quello stato  è diventato “l’essere che una volta per tutte è in lui stesso, come deve essere. Da qui non diventerà egoista, o egocentrico, ma compirà semplicemente la sua natura d’essere”. Per Jung quell’ideale di perfezione rappresentava lo scopo ultimo di ciò che chiamava individuazione. Non toccava a tutti di intraprendere tale via, che non poteva essere che di una minoranza. Per chi fosse ben centrato nel suo contesto culturale, con i suoi riti e le sue tradizioni, per l’essere che faceva atto d’appartenenza a una Chiesa di cui assumeva deliberatamente suoi i principi, una tale impresa non aveva ragione d’essere, poiché era rassicurato in un inquadramento  riconosciuto. Una scelta che non ha ragione d’essere che nella seconda parte della vita, interesserebbe piuttosto quelli che hanno conosciuto una crisi grave, fonte di disperazione, che ha bisogno di una rimessa in questione personale.

Quel fuoco centrale custodisce una forza che non si può imparare che con precauzione con un lungo cammino, quello conosciuto dai mistici di tutte le religioni. Questi sono stati spesso considerati con diffidenza dai loro correligionari, perché la via personale nella quale entravano era ritenuta nociva alla coesione della comunità. Ciò spiega come il monoteismo abbia messo tanto tempo a emergere. Dio infatti è una realtà difficile da accettare e domanda per essere apprezzato molto discernimento. Così in ogni religione si trova la riflessione sul fatto che non si può oltrepassare e raggiungere ciò che appartiene all’ambito della divinità misteriosa e nascosta. Gli Antichi ci hanno trasmesso a questo proposito dei miti particolarmente evocatori mettendo in guardia contro l’orgoglio, come quello di Atteone, mutato in bestia per aver sorpreso la dea Diana che faceva il bagno. Anche Cristo che si è fatto uomo domanda a Maddalena di non toccarlo. Dunque è detto in tutte le religioni che si deve rinunciare ad affrontare i misteri della divinità.

Il cervello umano ha dei limiti e a contemplare Dio troppo da vicino si corre il rischio di perdere la ragione. Jung cita certi casi in cui i pazienti, persone con la sensazione improvvisa di essere un guru con conoscenze superiori, siano destinati a una specie di follia megalomane. Può succedere che il soggetto si prenda per Dio o per Cristo, come capitò a Nietzsche.

In generale l’idea di Dio può spingere l’uomo al fanatismo, facendogli commettere tutti gli eccessi in nome di un principio unico al quale sono sacrificati i suoi valori. Allora Dio è una potenza esterna non canalizzata dall’individuo, come è successo in tutte le guerre sante della storia. Lo stesso stato mentale consiste nel cedere a quella energia dando la propria fiducia a un capo carismatico, un dittatore.

Dio, immagine del Sé, è la più alta figura che può guidare l’essere umano nella lotta svolta dalla sua coscienza. Il Dio dell’incontro, che si rivela nell’antico testamento e s’incarna nel nuovo testamento, porta all’uomo la libertà. Occorre che questo sia capace di essere degno della responsabilità di cui è stato investito. Ora, volendo assolutamente elevare la coscienza umana, i cristiani hanno assimilato Dio al solo bene superiore. A differenza del Dio terribile dell’antico testamento dove il bene e il male coesistono in una stessa unità, il Dio dei cristiani è infinitamente buono. Dio ha creato tutte le cose buone in sé e il male non esiste in quanto sostanza, non è che il risultato del cattivo uso della propria libertà fatto dall’uomo. Scaricando sull’uomo il peso del male, Dio gli ha imposto un enorme fardello.

Se l’uomo avesse abbastanza umiltà da assumersi quel carico, potrebbe manifestare una forte personalità, quella che caratterizza grandi figure, come san Francesco o san Vincenzo da Paola.  Ma se la debolezza gli impedisce  di rispondere a quel dovere, possono nascere figure meno amabili, come Savonarola o Torquemada.

Si verificò una volontà di sistematizzare la divisione tra bene e male e di rifiutare quest’ultimo cacciandolo nelle tenebre dell’inconscio.

Questo da allora fu considerato con diffidenza e vergogna e gli stregoni furono considerati come i rappresentanti di quella repulsione. Tutto ciò che poteva minacciare la coesione sociale, simbolo di una coscienza chiara, era combattuto: gli eretici, gli ebrei, i lebbrosi…Tutte le cacce alle stregonerie che imperversarono nelle diverse epoche non furono che le tristi conseguenze del rifiuto a considerare il male oggettivamente in sé, ma all’immagine dei diavoli scolpiti nelle cattedrali, rigettandolo all’esterno della propria persona, lasciandosi così soggiogare da lui. Il fatto è che  in tutte le tradizioni occidentali si trova una tendenza a instaurare una dicotomia all’interno delle cose  e a dividerle in un sistema di valori verso o il bene o il male. La scelta è chiara nelle posizioni riguardanti gli animali, dove nel Medioevo si tendeva a stabilire una separazione tre la creature create da Dio, il montone, il cane, la lepre, il cavallo, la mucca, il toro, e quelle create dal demonio, il lupo, la volpe, l’asino, la capra, il caprone.

Persistenza del politeismo nell’inconscio.

Quegli eccessi mostrano come l’uomo abbia esitato a lungo ad attribuire la sua fede a una sola divinità e come Dio sia stato per molto tempo confinato nei santuari e nelle meditazioni dei filosofi. Molto prima del giudeo cristianesimo le religioni politeiste avevano espresso quella prudenza. Secondo Jung, la volontà di credere nell’esistenza di più dei piuttosto che in uno solo favoriva una più giusta espressione della diversità psicologica umana  nella misura in cui  impediva che fossero ricacciati nel nostro inconscio  aspetti della natura non accettati dalla coscienza comune. “La nostra vera religione è un monoteismo della coscienza, uno stato di possesso attraverso la coscienza accompagnato da una negazione fanatica dell’esistenza di sistemi frammentari autonomi”, diceva Jung (Dialettica del me e dell’inconscio ), che diffidava di un’evoluzione alla quale poteva condurre il culto di un dio unico. Gli dei del paganesimo esprimevano al meglio quei sistemi. Per gli antichi l’uomo era un individuo sottomesso a un tutto, un essere inserito in un ordine di cui gli occorreva rispettare le leggi. Sull’universo Zeus regnava sovrano e si mostrava impietoso verso coloro che sfuggivano ai suoi principi.

Ogni divinità era l’immagine di una qualità idealizzata dell’essere umano; nella concezione  del nostro psicologo, il contenuto psichico nutriva la loro energia. Nella mitologia greco-latina, gli dei hanno gli stessi difetti degli uomini, così come litigano e si fronteggiano, un modo di esprimere i conflitti interiori che agitano la natura umana. Questa è fatta in modo che le  diverse tendenze che la caratterizzano si oppongono le une alle altre. Ma tutte sono ugualmente rappresentate e trovano il loro posto nella psicologia di ciascuno. La libertà, come doveva portarla all’uomo il Cristo, non esisteva, se non era quella di accettare l’ordine delle cose. Grande era la credenza nella fatalità, il destino dell’uomo era inesorabilmente fissato. Non sollecitato tra il bene e il male, toccava solo all’uomo trovare in se stesso la verità rendendo possibile la comprensione di questo universo, in modo da trovarvi il suo posto.

“Conosci te stesso”, diceva Socrate, questa era la saggezza che proponeva.

Questa rimessa in questione dalla svolta presa dal dogma cristiano, toccò all’oriente di insegnarcela di nuovo. L’armonia universale, in particolare tra le diverse tendenze della nostra anima, poteva derivare da una interiorizzazione sempre più grande e su questo punto la saggezza indiana e i suoi metodi di meditazione potevano aiutarci. Jung insiste per esempio sulla pratica dello yoga che favorisce l’unità della mente e del corpo troppo trascurata nel mondo occidentale. Progressivamente la mente trova il suo cammino verso il gioiello misterioso e nascosto in fondo a se stesso, la vera dimensione del Sé. “L’europeo ha una scienza della natura e sa stranamente poche cose sulla sua propria natura, sulla natura che è in lui. Per l’indiano è un beneficio conoscere un metodo che l’aiuti a conoscere l’onnipotenza della natura dentro di lui e fuori di lui” (Psicologia e orientalismo ).

E’ l’uomo naturale che Jung vuole realizzare, quello in cui la coscienza è in intima unione con l’inconscio, al più alto grado con l’inconscio collettivo, il luogo in cui è più forte il contatto con il mondo naturale. L’uomo ha allora realizzato la sua unità e la psicologia introduce alla spiritualità.

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