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Dall’osservazione alla visione di Serge Pastor

26 Settembre 2010

3ème Millénaire n. 84 – Traduzione della dr.ssa Lucina Scalabrini

La psicologia, uno strumento di osservazione dell’ego.

Il termine stesso di psicologia (letteralmente: trattato sull’anima o studio dell’anima umana

e/o animale) è relativamente recente, poiché non apparve che nel diciottesimo secolo. Ma la scienza, perché si tratta di una scienza umana, che questa parola veicola, è antica come la psicologia stessa. Da Pitagora ad Aristotele, passando per Socrate e Platone, Bacone o Cartesio e più vicino a noi Hegel o Bergson, le osservazioni psicologiche sulla natura umana furono molte, ma sempre mischiate a speculazioni filosofiche e/o religiose e spirituali, spesso mescolandosi questi due termini in certi filosofi e psicologi.

Qual è la natura dell’anima? E’ eterna e immortale, ma allora  in quel caso non è più giusto parlare di spirito? Ecc…

Non è che verso la metà del diciottesino secolo. Specialmente in Scozia e in Germania con la Scuola di Kant che la psicologia diventa una scienza distinta dalla filosofia o dalla spiritualità, senza tuttavia separarla all’epoca di vedute o concetti a connotazione metafisica.

La psicologia che porta al me, cioè alle componenti stesse della personalità si confonde allora con la conoscenza del me. Ci si attiene così ad una descrizione del mondo esterno dell’uomo. La psicologia si orienta verso il modo di funzionamento dell’ego, senza preoccuparsi di ciò che c’è dietro la manifestazione, che si può chiamare il Sé.

Allora è l’oggetto di metodi più o meno empirici, abbastanza approssimativi – come potrebbe essere altrimenti quando si cerca di catturare l’inconoscibile, quando si prende un’istantanea di una psiche umana così fuggevole – fino a che la psicologia diventa una scienza oggettiva e positiva, meccanicista, che va fino a essere ridotta ad una modellizzazione centrata su una visione dell’uomo nella sua natura essenzialmente psico – chimica!

Quella illusione cartesiana fu mantenuta a lungo in un mondo pseudo – scientifico e pseudo- spirituale che non considerava che la parte visibile dell’iceberg, un po’ come se proclamaste con autorità che l’utilità di un albero non è che nei frutti esterni che dà, senza nemmeno preoccuparsi del nutrimento che gli occorre attraverso le radici.

La psicologia rimase molto tempo un mezzo di ignoranza dell’essere, pur rivendicando il fatto di essere uno strumento di conoscenza dell’individuo. D’altra parte, per lei non c’era nessuna differenza tra l’essere e l’avere, tra ciò che sta dietro il velo e ciò che il velo dà a vedere.

Si deve per forza constatare che tutte le credenze in vigore nel corso dei secoli erano fondate su una conoscenza frammentaria e analitica dell’anima umana considerata nella sola dimensione duale e individuale.

E’ normale che quello si accompagnasse ad un approccio della sola conoscenza del me e non di quella del Sé.

La scienza duale della psicologia rispondeva ai bisogni scientifici generali che erano comprendere e conoscere l’ego, niente di più, niente di meno…

Verso la fine del secolo scorso si distingue una psicologia di tipo ontologico, branca della metafisica che ha per scopo  di determinare la natura intima, l’essenza dell’anima, le radici dei suoi comportamenti, la sua origine, la sua fine eventuale, e una psicologia scientifica o sperimentale fatta di test e di norme, che è piuttosto una scienza positivista nella quale lo psicologo studia l’uomo dalle sue reazioni, dai comportamenti e attitudini, in funzione dei diversi ambienti. Quest’ultima branca ha originato un numero impressionante di approcci come: la psicologia di reazioni e comportamenti (Pavlov, Pieron…), la psicologia patologica (Freud, Wallon…), la psicologia introspettiva (W.James, Bergson), la psicologia infantile (Piaget…), la psicologia dei primitivi… E’ chiaro che attraverso tutte quelle scienze d’approccio essenzialmente cartesiano, l’essere umano è pre–dimensionato, pre-formato in un ego individuale e/o di gruppo, un individuo divisibile e spezzettato, separato in pezzi da osservare e da analizzare poi da comprendere con un assemblaggio delle diverse parti, più o meno logico e coerente.

Si trova così ad essere frammentato e diviso a confronto con l’unità della vita.

La visione parziale dell’osservatore è una visione analitica che separa l’essere umano da ciò che è in essenza, cioè un soggetto vivente e non un oggetto vissuto e agito come lo vorrebbe la psicologia contemporanea, di qualsiasi specie.

L’approccio all’essere cioè a ciò che è (la natura della spiritualità) e non di ciò che appare (proprio della psicologia) non può essere compreso attraverso un’osservazione di natura duale, per quanto possa essere fine e sottile. Perché lo strumento utilizzato, l’utensile impiegato sono per forza falsati. La cosa osservata è evidentemente della stessa natura dello stesso osservatore, cioè soggetto ad interpretazione, che viene da un mondo fatto di credenze, di idee ricevute, di leggi personali e di ricette preconfezionate.

La psicologia dimostra con la sua propria natura strumentale, con i suoi limiti sull’investigazione dell’essere di cui non vede che la parte esteriore, l’ego. Non è che uno strumento metodologico che ha il suo campo d’esplorazione e di conoscenza dei meccanismi di funzionamento del me, delle sue strategie, delle sue paure, della sua storia, di tutto ciò che forma le sue memorie personali.

La psicologia è polisemica, spaziale e temporale, multifattoriale, lineare, a spirale nel migliore dei casi quando propone un’articolazione evolutiva della psiche umana. Questo mezzo d’esplorazione delle prime zone esterne dell’uomo risponde al bisogno pressante di ricerca dei sensi che riguardano l’ego. In quel senso traduce la paura dell’inconscio, del non controllo che caratterizzano le società centrate sul solo approccio intellettuale dell’essere umano. La perdita e l’assenza di senso sono insopportabili per il mondo della scientificità orientata verso i saperi sulla vita e non verso la conoscenza della vita.

Così sono nate dalla paura di non “scegliere il mondo” numerosi approcci classificati come scienze umane: psico-sociologia, psicologia clinica, psicanalisi, psicologia spirituale. Nello stesso tempo sono fiorite altre pseudo–scienze umane: numerologia, astrologia, ecc. , tutte con la radice “logia”(scienza), che rivendicano il giusto fondamento delle proprie leggi e delle proprie deduzioni.

Tutti questo mezzi di approccio all’anima umana sono fondati su una logica duale: osservatore e cosa osservata. La ricerca del senso, con la paura di trovarsi di fronte a qualcosa di insensato, si affina perfino con la statistica. L’ego è così esplorato al microscopio elettronico che fa lo zoom sulle zone isolate e frammentate del ne.

L’unità dell’essere non può essere incontrata in quel modo. Il profumo dell’uno non può essere chiuso in una boccetta psicologica. Solo la sua composizione chimica può essere vista, l’essenza e la fragranza essendo inafferrabili.

Vi verrebbe in mente di andare sulla luna in T.G.V. o di navigare con uno scafandro di piombo? Sicuramente  il materiale e il mezzo sono inadatti.

Pensate davvero di sapere che cosa è una cicala osservando al microscopio la natura fisico- chimica delle sue elitre?

Non posso investigare il mondo dell’essere- uno, ultimo- io con un attrezzo o un mezzo di trasporto e di conoscenza inadatto e costruito nel campo dell’ego e della personalità esteriore.

La psicologia è dunque incompetente in materia di  conoscenza del Sé, pur restando valida nel campo del sapere sul me e le sue zone psichiche, cosa che ha già dimostrato.

La spiritualità –  Visione dopo l’Ultimo Io.

La visione spirituale di un essere è unicista, inglobante e non saprebbe essere ridotta ad una osservazione parcellizzata dell’ego, solo oggetto di studio di una psicologia attuale che non è ancora centrata che su quello che l’uomo dà a vedere e non su ciò che è dietro il velo.

Mentre la psicologia è osservazione del me, la spiritualità è visione dell’essere.

La prima vera domanda che si pone ad un essere aperto alla spiritualità è la seguente:

Posso vedermi senza i filtri abituali del me? In altre parole: posso avvicinarmi a me stesso senza cadere immediatamente nelle reti dell’osservatore in me che mi giudica, mi colpevolizza e mi censura?

Questa domanda non può evidentemente essere fatta dalla psicologia perché la visione del me, per essere obbiettiva e lucida, deve essere fatta da un luogo che non può essere il me. Il microscopio osserva il microscopio? Una mano può vedere se stessa nella propria mano?

In questo la psicologia è incompetente.

E’ un po’ come se si domandasse alla mano di prendere il vento o all’occhio di catturare la luce che riflette.

Non è più realista e sensato vedere ciò che sono in realtà, con tutti i condizionamenti, piuttosto che cercare invano ciò che potrei essere?

Quando l’uomo e la donna cesseranno di fuggire ciò che sono realmente, sostituendo in sé il mondo che vorrebbero vedere emergere?

Quando accetteranno le loro parti d’ombra e di luce?

Quando metteranno fine alle proiezioni e alle immagine di un domani spirituale ipotetico e virtuale?

Quando rinunceranno alle immagini puerili di un inferno, un purgatorio e un paradiso?

Quando saranno ciò che in realtà sono?

Quando mi guarderò con verginità e di nuovo come se fosse la prima volta?

Quando andrò al mio incontro senza condannarmi?

La seconda domanda che si pone all’essere spirituale in me è questa:

Posso vedere il vero?

Questa domanda non può per nulla essere compresa dall’osservatore, dal me, dalla psicologia, perché essa oltrepassa perfino il campo di esplorazione mentale che è proprio della psicologia.

Chi è quell’Io?

Quell’Io è l’Ultimo Io. E’ la visione stessa, il vero, il senza forma, il me  considerato falso, cioè l’ego nella sua dimensione d’apparenza esterna.

L’essere spirituale è il vero e il vero non può essere  né osservato né constatato, perché guarda se stesso. E’ la sua visione che si contempla.

Il vero non può essere definito, analizzato, esplorato, perché è l’innominabile all’ultima retroscena dell’osservatore.

In essenza, io sono visione, sono sguardo, sono l’uno.

Quando c’è la visione, senza un centro che sta osservando o vedendo, analizzando o classificando, il profumo dell’uno esala in tutta la sua pienezza.

Nell’Ultimo Io, non c’è nessuno che guarda, nessuno che ascolta, comprende o spiega.

La persona, che appare abitualmente, si cancella dal primo piano, si fonde nell’Uno.

La scorza dell’ego esplode allora in un movimento di gioia e d’amore liberando l’Essere dalla pesante cappa di piombo sotto la quale è stata per così tanto tempo chiusa.

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