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Terapia senza terapeuta di Jean-Marc Mantel

26 Settembre 2010

3ème Millénaire n. 84 – Traduzione della dr.ssa Luciana Scalabrini

3mill.  Non è raro constatare una scissione tra psicologia e spiritualità,  e soprattutto tra psicoterapeuti, psicanalisti, psichiatri e spiritualità. Sembra che il rifiuto  di vedere la possibilità di una natura non condizionata sia molto radicato negli psicoterapeuti e negli psichiatri. Viene dal fatto che i professionisti della psiche non vedono che l’esistenza della persona  condizionata? E come, nel quadro di una terapia, conciliare via terapeutica che è indirizzata alla persona, e via di conoscenza di sé a finalità spirituale?

J.M.   Il mondo si mostra nello sguardo che voi siete. Questo sguardo è la coscienza stessa, pura impersonalità. Quello che si chiama il soggetto, il Sé, o la presenza, è fuori da ogni conoscenza oggettiva, essendo il soggetto che percepisce l’oggetto. Lo sguardo non può guardarsi.  In lui appare ciò che è guardato.

Le scienze e le psicologie riguardano il mondo del guardato. Esplorano l’oggetto, sotto tutte le angolazioni possibili e nel loro gioco di interrelazione.

La coscienza-soggetto è lo sguardo dimenticato.

Per la buona ragione che non può essere vista in quanto oggetto. Quando un’esperienza spirituale guarda, sorge spontaneamente, per esempio quando un bambino o un adolescente entra in una chiesa o in un tempio, ed è toccato da un sentimento che si risveglia in lui, si forma un inizio di comprensione. Si accende una lampada, che non si spegnerà mai, ma ci metterà del tempo a rivelare la sua luce. Per errore, la luce che si rivela alla coscienza del soggetto addormentato è attribuita al mondo oggettivo. Il luogo, la situazione, le circostanze, sembrano essere la causa apparente della tranquillità e del silenzio provati.

Non è che dopo una lunga maturazione che la natura del soggetto comincia a chiarirsi come sia  lei stessa a realizzare la grazia ricercata.

E’ perciò perfettamente comprensibile che per lo sguardo non ancora risvegliato a se stesso non esista che il mondo oggettivo, che dà l’impressione di essere autonomo. La personalità, il corpo e il mentale condizionati sono percepiti come la vera identità, certo mobile, ma inalienabile per chi non crede che a ciò che vede.

Come si potrebbe pensare alla visione stessa, in questo mondo che sembra così reale e mostra incessantemente le sue affascinanti evoluzioni?

E’ spesso in occasione di prove dolorose che i sistemi di credenze sono messi in discussione.

L’oggetto perde la sua validità e l’impermanenza del mondo manifestato tende ad affermare la sua evidenza. Quando la ruota delle esperienze della vita ha frantumato abbastanza  i sogni dell’ego, il mondo manifestato, che ha perduto parte del suo fascino, tende ad essere trascurato. La mancanza porta a un parossismo, che rende ogni movimento di compensazione inutile. Allora le condizioni sono favorevoli ad un rivolgere lo sguardo su se stessi.

Una volta che lo sguardo si è rivelato come la luce che illumina il mondo, questo non si confonde più con la luce stessa.  Non è che il suo riflesso.

La terapia che  si interessa dell’oggetto, dando valore al contenuto mentale, può essere seguita entro certi limiti, ma allora è ritenuta frammentaria, finchè non mette in evidenza la coscienza-luce che illumina il mentale. Il mentale deve dapprima essere osservato come un prigioniero che esamina i muri della sua cella. Da questa osservazione attenta viene la convinzione che lo sguardo è lui stesso i che viene guardato. In altri termini, il senso di separazione, che separa un me-soggetto da un me-oggetto, si estingue, per lasciar posto all’unicità della coscienza, che contiene il me-oggetto e il me-soggetto, senza essere nessuno dei due.

La terapia che ingloba l’evidenza della coscienza-soggetto non nega il mondo manifestato, in un’attitudine di pseudo-distacco che non sarebbe che un rifiuto mascherato. Essa considera il mondo manifestato, e dunque il mondo della psiche, reale come il sogno per il sognatore, e può perciò studiarlo come tale, come manifestazione transitoria della luce della coscienza. La pace, la gioia e la contentezza non sono più attribuite al mondo manifestato, ma alla coscienza da cui emana.

Il dialogo tra un terapeuta convinto della realtà del mondo oggettivo e un terapeuta convinto della sua irrealtà è sicuramente molto difficile.

Sta a chi conosce, per sua esperienza, l’evidenza del non –manifestato adattarsi a chi non ne ha ancora sentito il profumo.

Il grande contiene il piccolo, ma il piccolo non contiene il grande. E’ così anche delle prospettive, come dell’ultima bambola russa, che non può mai contenere la più grande.

3mill.   C’è dunque una grande differenza tra i terapeuti che puntano verso l’analisi e quelli che invitano all’osservazione senza analisi del contenuto mentale. I primi tendono a cristallizzare la nostra credenza nel mentale (“ho dei problemi, mi lamento, voglio guarire”), mentre i secondi liberano! Ora, un gran numero di terapie mettono il paziente nell’analisi, secondo, per esempio, la direzione iniziata da Freud e proseguita da Lacan in Francia. Questo significherebbe, secondo voi, che quei terapeuti analitici sarebbero non solo inutili, ma forse dannosi? In quale caso possono essere utili? E in quale dannosi?

J. M.   Tutte le forme di terapia sono una risposta a bisogni coscienti o inconsci presenti nella nostra mente. Non è possibile eliminarne alcuni. Se si mantengono, è che rispondono ai bisogni di una parte della popolazione. Quando quei bisogni si esauriscono, quelle terapie scompaiono naturalmente.

L’ascolto fluttuante, di cui parlano gli psicanalisti, è un punto interessante, che ricorda l’ascolto di cui si tratta nel cuore dell’esperienza meditativa. Quando uno spazio d’ascolto è aperto, ed è probabilmente ciò che cercano le persone che frequentano quel tipo di terapeuti e di terapie, si libera l’intuizione, si rivelano i meccanismi latenti della personalità, e si può mettere in azione una comprensione nuova. Dunque è essenziale che quello spazio d’ascolto si mantenga, favorito da un terapeuta esperto in quelle pratiche.

L’interpretazione dei fenomeni secondo i precetti freudiani, junghiani o lacaniani, per non citare che i più famosi, resta pur sempre un’interpretazione, perciò è di natura mentale e non può che girare attorno all’unità, che si cerca e non si trova che nella coscienza-soggetto.

L’io-coscienza è spesso mantenuto su un piano oggettivo, quello di  un soggetto me cosciente di un oggetto non me, mantenendo così un senso di divisione senza uscita, che non può portare alla pace desiderata.

L’abbandono del mondo oggettivo non si fa che quando si afferma la sua irrealtà. Il concetto di irrealtà è preso qui nel senso di impermanenza. Non è possibile parlare di realtà per ciò che non è che temporaneo. La nozione di realtà si riferisce alla permanenza, e questa è assente dal mondo oggettivo.

La via analitica, la parola non essendo qui utilizzata nel senso restrittivo di psicanalitico, porta un certo conforto, nella misura in cui il senso di colpa, che si trova spesso nella continuazione della sofferenza, si diluisce in un senso di responsabilità, in cui è implicito l’ambiente nella sua totalità, includendo la genetica e la nozione di karma.

Viene però un momento in cui il mentale continua a girare in tondo, cercando di localizzare la felicità, senza poterla trovare. E questo per la buona ragione che la felicità non appartiene al mondo oggettivo. La coscienza è da lei stessa l’oggetto cercato. Tutte le esperienze di gioia, di trascendenza, di felicità sono l’espressione della sua natura. Proiettata nel mondo oggettivo, dà l’impressione che ciò che le appartiene è anche presente nel mondo oggettivo degli oggetti percepiti.. Ma si tratta di un riflesso, inconsistente come il riflesso della luna nello specchio del lago.

Il riconoscimento  di quella inconsistenza porta alla realizzazione che la felicità oggettiva non è che il riflesso della felicità soggettiva, soggetto io, essenza stessa dell’essere, che precede ogni forma di ideazione e di concettualizzazione. Il mentale termina qui la sua corsa, non potendo scorgere ciò che riflette, come lo specchio del lago non può conoscere la vera natura della luna, non conoscendone che il riflesso.

Non si può nemmeno parlare di terapie nocive, poichè  la sola nocività è la credenza in una realtà che non è reale. Piuttosto che fustigare il mondo come è, è più vivificante stimolare il senso di discriminazione, che permette di  non cercare più di estinguere la sete nel deserto arido delle proiezioni. La luce che si cerca  si rivela nell’abbandono della scelta, coscienza della totale impotenza, dell’assoluto denudarsi e del la nudità della mente.

Le terapie sono diverse, come lo sono le maturità. L’ultima terapia consiste nella sparizione del senso di individuazione, nel quale l’io, oggetto di conoscenza, è assorbito nell’io, oggetto di conoscenza che non è né conoscenza né ignoranza essendo il contenuto delle due.

Alla fine, l’intuizione è la guida che porta ciascuno dove deve essere. Gli incontri ubbidiscono a questa stessa intelligenza, nella quale l’idea della scelta è assente. Essere scelto è senza scelta. E’ così che la vita è il grande controllore, di cui il piccolo me non è che un pallido riflesso che si immagina autonomo e ne dimentica il suo non esistere.

3mill.  Una delle maggiori differenze tra certe vie analitiche e le vie di conoscenza di sé a finalità spirituale sta nel rapporto con il corpo. In queste ultime, l’accento è messo sul corpo, l’attenzione al corpo. In cosa un approccio della sensibilità corporea può aiutare a scoprire i nodi emozionali? E’ davvero necessaria?

J. M.   E’ difficile fare il punto sulla dimensione corporea, perché il mentale e il corpo operano come un’unità funzionale, esprimendo il secondo le pulsioni emesse dal primo.

Il corpo si comporta come un perfetto riflesso del mentale. Prolunga il pensiero e gli dà un substrato materiale.

Da questo fatto, l’ascolto del corpo è prezioso per comprendere le sottigliezze del funzionamento mentale e di ciò che si chiama ego.

Ogni reazione corporea riflette una difesa su un piano mentale, mettendo in opera un attaccamento al pensiero me e alle sue ramificazioni. Le tensioni sono sentite come regioni opache, poco irrorate dal respiro e dalla coscienza. Sono organizzate in luoghi nei quali si sono incistate delle memorie. Il peso del passato si esprime così nello spazio corporeo e le tensioni ne sono la manifestazione tangibile.

Nel sonno profondo il corpo è disteso, perché l’attività mentale è sospesa.

Dall’entrata nello stato di veglia, le tensioni riappaiono, e insieme si riattiva il film mentale, col suo peso di credenze e di opinioni, la credenza principale essendo l’identificazione con il pensiero me.

L’emozione è il modo in cui il mentale si esprime attraverso il corpo. Non immaginate una paura, una gioia o una collera senza l’insieme di sensazioni che l’accompagna. L’emozione perciò è una sensazione. Le sue particolarità la fanno nominare e il concetto è così creato. Il mentale si attacca al concetto emozionale, lo prende per una realtà e ne dimentica la dimensione corporea che vi si attacca. Se si mette da parte il concetto mentale, l’ascolto può allora portarsi  esclusivamente sul movimento delle sensazioni. La paura, la gioia e la collera  non sono più nominate, ma sentite nella loro sensazione sensoriale. E’ una rivoluzione, perché, da che l’emozione manifestata è così ascoltata, si rivela uno spazio che libera l’emozione dal suo peso permettendole di dispiegarsi e riassorbirsi nel silenzio della coscienza. Quando l’avete vissuto una volta, non potete dimenticarlo e sapete intuitivamente che c’è un avvenimento veramente liberatore. L’emozione che si rivela contiene il passato che l’ha costituita. Dandole lo spazio di cui ha bisogno per dispiegarsi, il passato è così accettato, digerito, ripulito ed eliminato. L’ascolto della sensazione è dunque un processo attivo di guarigione, che permette di curare le piaghe passate e di rendere trasparenti le regioni dense del mondo manifestato.

Ciò che vale su un piano individuale, lo è anche su un piano collettivo. La paura, la gioia e la collera collettive costituiscono una specie di riserva di massa, nutrita dai movimenti energetici delle individualità che la costituiscono.

Sicuramente si può ribadire che, se lo si riferisce a insegnamenti non duali radicali, per esempio quelli di Ramana Maharshi, il riferimento esclusivo alla realizzazione del Sé nasconde la dimensione corporea e la riduce a una pelle di dolore. Ma l’astrazione necessaria per risalire il filo del pensiero ed emergere nella coscienza che lo precede non è possibile per ognuno. Bisogna perciò reificare l’esperienza interiore per una attenta osservazione dello schema e dei riflessi corporei. Sarebbe assurdo credersi stabilizzati in una pace immutabile, se il corpo manifesta ancora diverse tensioni o una qualunque agitazione.

L’alleanza del corpo e del mentale offre un meraviglioso panorama che permette a ciascuno di aggiustare la sua postura, di cercare a tastoni la rivelazione del silenzio nella manifestazione corporea, e di permettere così alla coscienza di esprimersi pienamente, tanto attraverso il pensiero che attraverso la sensazione e l’azione.

Il silenzio della presenza irradia come un sole che non si spegne mai, utilizzando canali molteplici per esprimere la sua natura luminosa. Il corpo e il mentale ne sono gli strumenti, che riflettono fedelmente la bontà immanente della semplicità dell’essere. Senza confondere l’espressione con la quale è espressa, il riflesso della luna con la luna, il fiore dell’amore spande i suoi effluvi, come una sorgente che sgorga, il cui fluire calma la sete del ricercatore di verità. Il cercatore è lui stesso ciò che cerca. Ricercatore, ricercato e ricerca non sono niente più che la maniera in cui la coscienza scintilla nei movimenti del pensiero. Essere precede ogni pensiero. E’ con lui stesso l’oggetto e la sorgente della ricerca.

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