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La relazione con l’altro non è la sorgente della gioia, ma lo spazio della sua espressione di Thierry Vissac

26 Settembre 2010

3ème Millénaire n. 80 – Traduzione della dr.ssa Luciana Scalabrini

– La relazione, presentimento dell’unità.

La relazione è presentita, in modo istintivo, come la possibilità di fare l’esperienza dell’amore e dell’unità, cioè di riassorbire la sensazione di separazione. Per questo la relazione amorosa è la ricerca principale dell’umano.  La relazione è così diventata lo strumento di quella felicità ed esaltazione, che rincorriamo disperatamente. E poco importano le sconfitte ripetute e inevitabili, dalla notte dei tempi; gli uomini cercano di far durare il sentimento amoroso in tutta la sua intensità e in modo permanente. Ci sottomettiamo allora a degli stage e a dei rituali per provocare il miracolo.

– Le vie nelle quali si mette il ricercatore.

I metodi di sviluppo personale rispondono al bisogno di migliorare la via personale e trovano il favore dei ricercatori di benessere. La rivelazione spirituale è fondata nella coscienza che non siamo solo una “piccola persona” ,con le sue attese e le sue illusioni, e che non possiamo più essere ciechi in quel blocco che consiste nel rincorrerle.

Se parliamo di spiritualità, la certezza di ottenere la felicità attraverso le vie della soddisfazione personale deve cessare. Perché? Perché la struttura personale, con la sua storia, i suoi fardelli, le sue memorie, cozza sempre con un limite, perché essa è un limite. Cozza contro il proprio limite. Non c’è espansione possibile sul piano personale.

– L’espansione vera, frutto di tutte le nostre ricerche.

La vera espansione, che è presentita e alla quale aspiriamo nel nostro percorso e coi nostri sforzi, è al di là del personale e del relazionale. Non si tratta più di migliorare le relazioni o la comodità dell’esistenza personale e di considerare questo miglioramento l’obbiettivo principale (chi ci è mai arrivato al punto da essere pienamente soddisfatto? ) , ma di realizzare la nostra vera natura, libera da attaccamenti.

E’ solo in questa coscienza che si produce il passaggio verso l’opera spirituale, e gli eventuali benefici nell’esperienza personale non ne sono che gli effetti secondari, messi nella loro giusta prospettiva.

– La relazione con l’altro come obbiettivo principale della vita personale.

La relazione con l’altro e soprattutto la coppia, sulla quale gli esseri umani pongono la loro attenzione e le loro speranze, non è un fine in sé. Non è la finalità, il punto d’arrivo. Può perciò continuare o sciogliersi, è la stessa cosa,  riguardo a quello. A volte è meglio una rottura rivitalizzante che il tentativo di riparare gli schemi profondamente ancorati nella frustrazione e nell’abitudine. In quel contesto e su quelle basi, fare durare una relazione sentimentale come se si trattasse di salvare ad ogni costo le nostre costruzioni, è uguale a cambiare continuamente.

Comunque sia, se la relazione con l’altro può essere lo spazio d’espressione dell’apertura del cuore, essa non ne è veramente la causa. Polarizzare l’attenzione su di uno strumento della ricerca personale per accedere al risveglio spirituale, è dunque profondamente fuori luogo.

– La permanenza: illusione del ricercatore e natura dell’accogliere.

Il punto di referenza dell’essere spirituale non è più l’intensità o la durata, che non sono che fantasmi e obbiettivi affascinanti di sviluppo personale. Anche se  si può accordare un valore puntuale e pratico agli esercizi che tendono a restaurare l’armonia nella coppia, o in ogni relazione, l’intenzione all’origine di quella speranza è falsa. Infatti è impossibile vivere le cose sul piano personale in maniera permanente. La sola permanenza che si possa conoscere è la permanenza dell’accogliere ciò che è.

Con la maturità spirituale, cresciamo nell’accettazione di ciò che è, verso l’accogliere forme diverse dell’intelligenza della Vita, che raramente rispettano i nostri principi e le nostre certezze. Il nostro sguardo si porta verso un campo più vasto, in cui ci si disfa dei nostri obbiettivi prefabbricati, delle nostre attese ataviche, dei nostri piani di carriera. Non resta che un’anima offerta a un Piano, non limitato alla storia personale, che non può essere scelto dal mentale.

– La relazione è lo spazio d’espressione della gioia.

La storia personale, la coppia, la professione, sono  spazi d’espressione della gioia d’essere vivi e non sono cause di quella gioia. La confusione su questo punto conduce alla frustrazione e alla sensazione di girare in tondo così diffuso nei gruppi di ricerca su di sé. Questo significa che la gioia deve precedere la relazione, e non esserne il frutto atteso. E questo implica di averla conosciuta in sé, prima di cercarla dappertutto all’esterno di sé.

– Una relazione vissuta senza la coscienza dell’unità è una dolorosa mascherata.

Nella sensazione di separazione inerente alla condizione umana, la relazione con l’altro, che cerchiamo di aggiustare in continuazione senza vederla costruire su buone basi, non può che essere un conflitto, anche se spesso è controllato. Fino a che siamo profondamente divisi dagli altri, per la non conoscenza del legame fondamentale che ci unisce tutti, non possiamo che tentare una relazione, che mimare un avvicinamento o un contatto. Così, questa azione quotidiana dell’essere umano  che tenta di avvicinarsi all’altro pur temendolo, continua, malgrado la sua anzianità, tuttora irrisolta.

– L’incontro senza attesa e senza proiezione.

Quando realizziamo senza ambiguità l’assurdità della nostra ricerca, permettiamo a un altro sguardo di risvegliarsi. Il bisogno di essere in relazione, libero dal soffrire della sua continua sconfitta, può allora dissolversi nel riconoscimento dell’Unità. Se l’essenza delle nostre vite personali che cercano disperatamente di riunirsi, è l’Unità, il bisogno dell’altro, tendente alla tensione e alla frustrazione, cede lo spazio alla semplice gioia dell’incontro, senza attesa e senza proiezione.

– La relazione trova il suo senso e il suo compimento nella coscienza dell’unità.

E’ necessario prendere coscienza della chiusura della ricerca personale, che fa delle nostre relazioni dei grossolani abbozzi di ciò che possono essere vissute attraverso l’Unità. Il mondo come è oggi, le nostre società e le nostre famiglie si sono costruite a partire dalla relazione con l’altro. Il caos in cui viviamo è fondato sulla separazione, che produce la menzogna, la rivalità e la competizione criminale. Abbiamo un bel da cambiare programma politico: constatiamo che non sappiamo trovare il rimedio vero, solo qualche medicamento sulle ferite dei nostri conflitti. La relazione con l’altro, che è la linfa della nostra vita insieme, deve essere abitata  dalla coscienza dell’Unità, che non è solo una bella pensata, ma la  rivelazione della nostra vera natura. Si tratta allora di una rivoluzione interiore e non più di una considerazione filosofica.

I metodi di sviluppo personale offrono dei gradevoli rimedi, ma la rivelazione spirituale conduce a un rovesciamento dello sguardo, che non è più chiuso nei limiti della ricerca personale.

Una relazione con ogni essere e ogni cosa, libero da attesa, e dunque libero da conflitto, può finalmente essere progettato.

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