Home > michael siciliano > Michael Siciliano, che cosa muore

Michael Siciliano, che cosa muore

24 Febbraio 2012

Michael Siciliano

 

CHE  COSA  MUORE?

Traduzione a cura di Maurizio Redegoso Kharitian

 

 

L’ultima cosa che ci si augura in quanto genitore è di vivere più a lungo del proprio figlio. Tu che hai perso un figlio in modo brutale in un incidente d’auto, come hai vissuto un tale avvenimento?

 

Michael Siciliano – Hai detto una cosa molto interessante: i genitori si aspettano che i figli vivano più a lungo di essi. La gente dice “normalmente”, ma cos’è normale nel corso della vita e della morte?

Chi siamo noi per pensare che il bambino vivrà più a lungo di noi? Chi siamo noi per pensare che noi conosciamo il destino divino di questo bambino?

Quando si tratta di qualcuno che ha avuto un incidente mortale come nel caso di mio figlio, noi biasimiamo l’incidente. Ma sappiamo perché l’incidente è arrivato?

Posso citare anche un esempio che mi riguarda. Ero nella vita spirituale da quindici anni all’epoca, chiedendo tutto il tempo di essere risvegliato, di divenire cosciente. Ma ero una persona molto testarda: testarda nei miei approcci, nelle mie idee. Chiedevo la liberazione, il risveglio, e nondimeno rimanevo stordito. Un giorno mentre effettuavo un lungo tragitto stradale, guidando, pregavo da un giorno e mezzo senza sosta. D’un tratto, ho perduto i miei sensi, ed ho avuto un incidente d’auto in seguito al quale mi sono ritrovato clinicamente morto. Sono stato ricondotto alla vita in ospedale. Quando sono tornato in me, non avevo alcuna idea di avere avuto un incidente, eppure fu un grave incidente. Fu molto evidente per me che avevo creato questo perché chiedevo all’Universo di aiutarmi ad essere liberato, e tuttavia una parte di me continuava ad aggrapparsi, ad essere testardo. Il risultato di questo incidente fu un anno di libertà, di risveglio. Quando questo stato di libertà è andato via, ero allora più ricettivo e più disponibile rispetto a prima dell’incidente. Allora perché questo incidente? Era “giusto” un incidente, una terribile cosa che si é prodotta? O sono io che l’ho creata, a causa del mio desiderio?

Di conseguenza, come sapere perché le persone muoiono, perché questi bambini muoiono? Abbiamo tutte queste idee preconcette ma non è necessariamente giusto. Il nostro processo divino é ciò che ci conduce. Allora come sapere, a meno d’essere connessi, di essere risvegliati, d’essere un santo, come sapere perché queste cose arrivano?

Fu molto chiaro per me perché questo incidente era arrivato nella mia vita. Molto chiaro. Anche se l’incidente era a “causa” dell’uomo a cui avevo sfondato la parte posteriore dell’autocarro (se prendiamo la situazione nel suo senso legale, avrei potuto portare quest’uomo in tribunale, ed essere fortemente indennizzato, in quanto fisicamente, la mia vita da allora non è più stata la stessa). Quando gli altri mi chiedevano perché non perseguivo quest’uomo in sede giudiziaria, rispondevo loro che non ci pensavo nemmeno, che volevo piuttosto inviargli una lettera di scuse perché l’avevo condotto in quello di cui io avevo bisogno nella mia vita. Avevo attirato un incidente, in quanto ho avuto bisogno di questo per andare verso ciò che volevo – un destino divino – per fare un passo di più, per finire d’essere così testardo, per essere un pò più ricettivo. Senza cambiare totalmente, questo ha tuttavia cambiato, mi ha reso più ricettivo, mi ha addolcito nel mio approccio alla vita. Allora a chi la colpa? All’uomo che guidava l’autocarro, o a me che chiedevo un aiuto divino?

 

   In quanto occidentali, ci identifichiamo enormemente al nostro corpo, ed anche alla nostra personalità. Se perveniamo ad avere una reale comprensione, dall’interno, che non siamo il nostro corpo, che non siamo la nostra personalità, questo non potrebbe aiutarci ad accogliere diversamente la morte ?

   Nelle società occidentali, ci viene insegnato questo: che siamo ciò che facciamo; che siamo il nostro corpo. Questo fa parte della nostra educazione. Nelle nostre società occidentali, non ci si siede per parlare di morte – la morte è tabù. Quante persone, quante famiglie, parlano della morte, parlano di qualunque cosa che tratti la morte? E cos’è la morte? Quante persone si pongono la domanda di che cos’è la morte? Di cos’è la vita? Non domandarsi, ma interrogarsi con altri. Quante persone si siedono per parlare con altri di questo processo? Della vita intera, della vita e della morte?

 

 Allora, che cos’è la morte?

   La morte è semplicemente il passaggio del corpo, il lascito del corpo. La morte del corpo fisico non è la morte. E’ solo un abbandono del corpo. La morte come la intendono gli occidentali non esiste.

 

  La morte è dunque l’esperienza ultima dell’abbandono? Poiché voi parlate di abbandono per la morte, possiamo dire, nella nostra vita, che siamo messi tutti i giorni in faccia a delle “morti” da accogliere, degli abbandoni da fare?

  Si. Nelle nostre società, nelle nostre vite, l’abbandono è una cosa molto difficile per praticamente tutta la gente. Chiedete di abbandonare un cattivo sentimento, ed è come se voi chiedeste di strappare un dente senza anestesia. Le persone non sanno abbandonare. E non siamo capaci di abbandonare un emozione, un sentimento, un’idea, come possiamo abbandonare il nostro corpo? Come possiamo essere preparati a proseguire coscientemente ed essere sereni con il fatto che proseguiamo semplicemente il nostro viaggio? Perché la morte, così come la chiamano gli occidentali, non è altro che un abbandono, abbandono di questa macchina, di questo corpo.

 

   In quanto esseri umani, se noi ci cristallizziamo fortemente nella nostra personalità, se non utilizziamo le nostre qualità di cuore, le nostre possibilità ad aprirci, queste qualità possono scomparire anziché essere utilizzate?

   Questo ritorna a farci parlare di ogni sorta di pratica, qualunque essa sia – come la pratica di uno strumento, di uno sport, d’un mestiere, di un piacere. Se non pratichiamo, non è che perdiamo, ma non abbiamo un contatto con il livello di precisione, di realizzazione che potremmo accrescere. Quindi non direi che le qualità del cuore scompaiono, ma direi che, senza il lavoro su di noi per essere differenti, ci cristallizziamo sempre più, in qualunque cosa noi facciamo. Quali che siano le nostre personalità, le nostre abitudini, si, più invecchiamo, più lungamente ci esercitiamo a queste cose e più diventa difficile di disfarsene. Ma da lì a dire che le qualità del cuore spariscano, no. C’è sempre una possibilità. Per chiunque sia. Compresa assolutamente la fine, proprio nel momento dove la persona é pronta a morire, la persona può vedere, può ricevere. C’è sempre una possibilità, sempre. E’ solo che, nella misura in cui invecchiamo, senza praticare, senza utilizzare il cuore, questo diviene sempre più difficile. Ma questo non scompare. Utilizzare la parola “scomparire” fa di questo una cosa molto permanente. C’è sempre una possibilità.

 

  Queste qualità ci sono dunque, ma coperte, e nella misura in cui non sono utilizzate, ciò richiede più tempo per scoprirle?

  Ecco. Le persone che sono sportivi professionisti, qualunque sia lo sport praticato, lavorano tutti i giorni, ore al giorno, praticando lo sport, lavorando, lavorando, lavorando e ciò li rende molto bravi nella loro disciplina. Non è diverso per noi, di lavorare su di noi, di lavorare la nostra personalità, il nostro cuore, di cambiare in sé ciò che non apprezziamo, per diventare ciò che apprezziamo. Più pratichiamo e più diventiamo semplicemente in grado di essere con ciò che incontriamo, anche se non é confortevole. Smettiamo di praticare ed ecco che ciò che vogliamo diventare si nasconde nuovamente. Noi riceviamo ciò che emettiamo, noi otteniamo ciò su cui focalizziamo la nostra attenzione e la nostra energia.

   Tutte queste cose sono molto reali. Un grande numero di persone che leggono dei libri, vanno a delle conferenze o dei seminari… convengono, ma ciò resta di dominio dell’intelletto. Non vedono realmente che riceviamo ciò che emettiamo. Se vedono ciò chiaramente, ci sarebbe molto dolore nel loro cuore, sarebbero portate a lavorare molto duramente le loro pratiche per avanzare, per essere libere, per essere nel cuore, per scoprire il loro lato divino.

 

   Il lavoro su se stessi porta anche alla scomparsa di certe forme di pensiero, come la tendenza a “classificare” le cose in questo caso, all’emissione di emozioni negative, al giudizio, alla svalorizzazione del se, per citarne alcuni?

   Alcuni possono scomparire, altri no. Un’eccellente illustrazione di questo processo di scomparsa o no di questo pensiero nella misura in cui si lavori su se stessi è il film americano “A beautiful mind”. Per l’uomo nel film, come per me stesso e per molte persone che conosco, vi sono abitudini che, direi, non scompaiono, ma a cui non accordo molto valore, attenzione. Sono sempre presenti, e quando una appare, posso dire “Ah, rieccola!” ma non vi partecipo, non vi metto energia.

Si può dire che alcune cose non scompaiono mai, ma se non vi partecipate, se le osservate, vedete, le sentite semplicemente per ciò che sono, allora poco importa se scompaiono o no. Molte persone su un cammino spirituale, un cammino di risveglio, di libertà (qualunque sia il nome che volete dargli), vogliono che queste cose scompaiano completamente, non avere più occasione di rivederle. Semplicemente questa non é la realtà. Dal momento che voi non lasciate allenare l’abitudine in questione, che differenza c’è che scompaia o che sia lì? Voi vedete la differenza?

 

    Si

   La maggior parte delle persone che inizia un cammino, a anche quando ci sono dentro, hanno delle attese che sono infondate. Non hanno nessuna reale idea di se stessi se pensano che tutto vada a scomparire. Se non lavorate realmente su di voi sino al punto di essere capaci di vedere una cosa e di non metterla in azione, voi non conoscerete la differenza. Nello stesso modo, le persone su un cammino spirituale che pensano che un maestro spirituale dovrebbe essere così, comportarsi cosà, hanno delle attese che non sono reali.

Il meglio che chiunque di noi possa fare è di lavorare verso la morte di queste cose incoscienti che mettiamo in azione per automatismo: la messa in azione della collera, del complesso d’inferiorità, della depressione, del povero me, di tutte queste cose… lasciatele morire, smettete di parteciparvi, e vedete cosa resta. E’ il meglio che possiamo domandarci.

Così, esercitatevi a non mettere in azione tutte queste cose incoscienti che fate meccanicamente, tutti questi programmi che riproducete, e vedete ciò che è qui per voi. In quanto se potete smetterla di farvi trascinare da queste abitudini, la vostra vita cambierà enormemente. Sarete molto più felici, molto più liberi.

Ho passato quasi la metà della mia pratica spirituale, dove tutto ciò che volevo era il risveglio. A più riprese ho fatto l’esperienza dello stato di libertà. Chi sono per credere che sono abile al risveglio semplicemente perché l’ho praticato? Il risveglio é un dono della grazia. Può essere che ciò sia per voi, ma può anche non esserlo. Non si è obbligati di essere risvegliati per avere una via differente. Il risveglio, in breve, è la morte – dal momento che siete ancora vivi – è la morte ultima di voi stessi, di chi voi siete, di ciò che pensate di essere, di come pensate, tutto questo muore. E’ la morte ultima, mentre siete ancora in vita.

 

Che cosa resta?

Ciò che resta è vivere, vivere liberamente, vivere senza tutte queste idee preconcette, vivere senza attitudini. Ciò che resta, siete voi, nell’istante presente. Ciò che resta, è una persona che è libera e distaccata da tutto il programma parentale, sociale, di tutti i modi in cui dovremmo essere.

 

   E’ per questo che ci è difficile abbandonare – in quanto talmente paura d’essere in questo luogo che sospettiamo interiormente?

   Si. E’ un luogo sconosciuto. Negli anni di lavoro con le persone, è molto sorprendente: delle persone che hanno fatto l’esperienza d’essere libere, si mettono ad avere paura di questa libertà, in quanto i loro programmi li addestrano per riportarli in ciò che conoscono, riportarli a ciò che è familiare. Ed allora ritornano nei loro programmi. Il mentale non sopporta il cambiamento, inconsciamente, fa tutto ciò che è in suo potere perché le persone non rivivano mai questo spazio di libertà di cui hanno fatto esperienza.

 

 

 Inoltre, alcuni di noi non sanno neanche che un tale luogo esista, continuiamo ad essere trasportati dai nostri condizionamenti, che ci rendono così infelici, ripetendo questo  a nostra insaputa anche se ci augureremmo di vedere scomparire.

E’ più confortevole di essere miserevole, che di praticare ed essere felici e più liberi. E’ più scomodo di diventare più liberi e più coscienti. E’ così che il nostro mentale ed il nostro corpo  guardano le cose quando dobbiamo fare un cambiamento. Cambiare ogni abitudine, piccola o grande, chiede uno sforzo ed è scomodo. Ma cos’è più scomodo? Fare lo sforzo durante un certo periodo di tempo e poi diventare confortevoli? Oppure, non fare lo sforzo, ed essere scomodi per il resto della propria vita?

Molte persone giungono fino a lasciare il lavoro con noi in quanto hanno talmente paura di essere felici, così paura di essere liberi. Questo gli è molto sconosciuto. Sono di fatto a disagio, la morte di tutti questi programmi è talmente scomoda per loro che si fermano e non vogliono mai più guardare questo. Questo tocca la maggioranza delle persone. Una minoranza di persone vorrà fare di tutto per ritrovare questo spazio di libertà interiore e vorrà sapere come. Ma è una minoranza. La maggioranza fugge, in una maniera o in un altra, e non si volta all’indietro. Anche se continuano a lavorare, resistono enormemente alle pratiche che le condurrebbero in quei luoghi.

Guardiamo nella nostra società: la morte nella nostra società é tabù. Non parliamo di morte fisica, non conosciamo niente della morte fisica, e che cosa ciò richiede per trasformarsi? La morte ultima, che è di disfarci dai nostri condizionamenti, dalla nostra personalità, e di fare il salto verso la nostra libertà. E’ lì la morte ultima: la morte dei condizionamenti, morire emozionalmente, mentre siete ancora in vita. Morire a sé, é comunque morire. Che differenza tra questo, e morire fisicamente?

 

 

   Poiché questo spazio interiore é qui, che cosa ci impedisce di percepirlo e di vederlo?

  Le paure. Ancora una volta, la paura dello sconosciuto.

 

   Allora cosa resta, del tempo del nostro vivere, ed anche dopo?

   Il nostro essere, la nostra essenza, il nostro cuore. E’ ciò che é qui se si muore a se stessi. E’ ciò che é qui se si muore fisicamente. E’ qui, in ogni momento.

Sarete una forza positiva invece di una forza negativa. Invece di fare parte del problema, farete parte della soluzione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Categorie:michael siciliano Tag: