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Paura istintiva, paura psicologica e libertà di Thierry Vissac

2 Ottobre 2010

3ème Millénaire n. 86 – Traduzione Luciana Scalabrini

La paura è sia la reazione naturale di ogni essere vivente al pericolo istintivo di sopravvivenza, sia la costruzione psicologica dell’individuo che si percepisce  vittima di un mondo ostile, anche in assenza di un pericolo reale (prospettiva dell’ego).

Paura istintiva e paura psicologica.

Nel primo caso si può parlare di paura istintiva. L’intelligenza del corpo si mobilita ancor prima che emerga il pensiero.

Un’auto appare all’angolo di una strada mentre attraversate e voi evitate il pericolo. L’avvenimento accade in una frazione di secondo. A meno di non voler diventare un super- eroe hollywoodiano, questa paura può essere considerata un aspetto naturale della condizione umana; può essere accolta senza tentare di farne qualcosa, senza opporvi dei giudizi dovuti a una costruzione mentale sulla condizione del risveglio spirituale. Questo aspetto merita di essere caldeggiato nella comprensione moderna, colorata da sogni infantili sulla via spirituale.

Nel secondo caso si può parlare di paura psicologica (anche se nella realtà i due casi si possono confondere e a volte mescolare).

La paura psicologica proviene dalla interpretazione del reale. E’ il pensiero che l’alimenta.

A partire dallo stesso incidente dell’auto all’angolo della strada, mentre la vostra intenzione era di comperare delle brioches dal panettiere e di andare a mangiarle con una persona cara, un pericolo che si manifesta brutalmente provoca una istantanea rottura, un’interruzione immediata del vostro progetto. La soddisfazione, la relativa tranquillità, lo svolgersi cronologico del vostro piano vanno in frantumi nella stessa frazione di secondo durante la quale il corpo ha reagito abbastanza velocemente da proteggervi da quell’auto.

Nel momento in cui prendete coscienza di ciò che sta per accadere, il pensiero comincia a commentare l’evento, la paura psicologica pone la fondamenta della sua costruzione.

E se condividiamo certamente  il nostro istinto di sopravvivenza, le costruzioni che si vanno accumulando ora sono dipendenti dalla nostra percezione del reale e della coscienza che ne abbiamo.

Un mondo ostile?

Siamo individui solitari, gettati in pasto ad altri che rappresentano una minaccia in seno ad un mondo ostile e condotto dal caso? Quando domina quella percezione, è inevitabile che ogni momento posa una pietra in più sulla forza delle nostre protezioni, confermando la necessità di proteggersi da tutto e da tutti.

Allora non ci sembra di avere nessuna intelligenza dei movimenti della vita e siamo letteralmente sottomessi alla minaccia del mondo.

La paura di morire, che dapprima appartiene alla paura istintiva, si mischia col pensiero che se ne nutre e perpetua le visioni. Ogni momento allora non è più vissuto come un’opportunità di incontro, ma come un potenziale rischio.

Il personaggio sociale e la paura.

La modalità che hanno assunto le nostre relazioni (relazioni prima con noi stessi, poi con gli altri e gli accadimenti) modella le società moderne al punto da essere diventata la norma.

Gli uomini vivono nella paura e della paura.

Le tensioni prodotte da quella agitazione permanente della paura detta i modi dell’incontro. I nostri personaggi sociali stanno sempre su un filo sopra un precipizio, anche se i loro visi sanno mascherare quella paura che li opprime. La maggior parte di loro fa la recita e lo spettacolo dell’uomo sociale (la scimmia che ha messo gli abiti del saggio) è un ballo in maschera. Al fondo domina il terrore. Questa paura prende tali proporzioni che delle fobie (che sono amplificazioni della paura psicologica di base) si radicano al punto da apparire come istintive.

Nella situazione che avete vissuto  all’angolo di quella strada, un’auto non vi ha investito. Nella vostra mente, prima di tutte la costruzioni mentali ulteriori, avete semplicemente una delle possibilità dell’esistenza terrena: essere investito da un’auto e forse lasciare questo mondo. Ma qualcosa in voi può vederlo in un altro modo e può comparire una fobia per le automobili, accompagnata eventualmente da una campagna contro i costruttori di auto, se siete portati per natura a combattere “il mondo ostile”.

La nostra interpretazione del mondo: una deriva spirituale.

Il cammino tra l’istinto di sopravvivenza (l’azione intelligente del corpo) e la paura psicologica (la fobia), che passa tra tutte le elucubrazioni mentali che giustificano e alimentano il timore del mondo come è, è quello di una deriva spirituale nel vero senso del termine.

La nostra interpretazione del mondo è la causa principale di quello spostamento dalla relazione naturale e tranquilla che possiamo avere con ogni cosa, fino a quella visione di un caos che tentiamo disperatamente di gestire.

La visione del caos è nel cuore dell’interpretazione in questione. Vediamo il caos e possiamo perfino dimostrarlo. La possibilità che una Intelligenza presieda al flusso della vita, non è che un pensiero tra gli altri, che non è stato convalidato da una percezione diretta. L’esistenza chiusa  in quella capsula di carne, sottoposta alle vicende della vita, e tutti gli aspetti (famiglia, professione, ideali) che possono sparire brutalmente, tutto questo costituisce il caos. Come possiamo vederla in un altro modo?

Una mancanza d’attenzione collettiva.

Nessuno ci ha insegnato a riconoscere l’Intelligenza. Non si può avere sicurezza, e dunque pace, nel caos. L’uomo vive in permanenza nella paura.

La nostra attenzione è mobilitata fin dall’infanzia dal pericolo (quante volte abbiamo visto la paura negli occhi dei nostri genitori? E là dove noi forse avremmo spontaneamente esplorato altre possibilità, abbiamo generalmente adottato la paura come risposta standard).

Vivere insieme oggi significa sopravvivere gli uni a lato degli altri nel sospetto.

Questo condizionamento collettivo, prodotto di una società che ha perduto molto della sua coscienza, non permette  alla maggioranza degli esseri umani un altro sguardo sul senso della loro vita.

Dov’è dunque quella Intelligenza, che porterebbe la fiducia nell’esistenza e dissiperebbe forse la paura?

L’attenzione è sempre rivolta al di fuori, verso le sorgenti di pericolo da cui bisogna proteggersi, e evita  il didentro, per sfuggire al pericolo che noi rappresentiamo spesso per noi stessi. Abbiamo prima paura di quello sconosciuto che siamo, e per estensione siamo terrorizzati da quello sconosciuto che è l’altro.

Ci è dunque data una pista per la comprensione di questo marasma: fuggiamo qualche cosa che però è il nostro bene più prezioso. Non vediamo che la superficie degli eventi e siamo in conflitto con loro. Se c’è un’Intelligenza, è come quella parte immersa dell’iceberg che non si può conoscere se non ci si immerge e non si vede mai se si resta in superficie.

Le radici della paura.

La questione della paura non può essere trattata  in modo intellettuale. Non si tratta di fare uno stage per farsi paura e tentare di superarla, o di leggere dei mezzi per non avere paura, mentre abbiamo lasciato radicarsi dei fantasmi fin dentro le cellule.

Le radici della paura si confrontano in sé, dapprima, per realizzarne l’illusione (tutto quello che abbiamo costruito sui fabbricanti di automobili, nell’esempio descritto, che potrà essere abbandonato, anche se la nostra esistenza aveva finito per costruirsi attorno a quella lotta. L’immagine dell’accidente evitato e di ciò che facciamo dopo è un’allegoria del conflitto dell’umanità).

Ma non basta dirlo.

C’è un’esigenza in quello sguardo: se restiamo in superficie, non possiamo conoscere la profondità.

Se la nostra interpretazione del mondo è limitata alla brutalità degli avvenimenti, cioè principalmente al fatto che non rispettano i nostri piani, o la nostra visione limitata, le nostre attese, i nostri ideali, non possiamo che essere dalla mattina alla sera nella paura e perfino nel cuore stesso del sonno.  Se possiamo immaginare che la nostra percezione del mondo sia stata un pò precipitosa e quella abbia strutturato un mondo irreale, pieno di paure diverse, allora cominceremo a vedere il giorno.

In libertà nel flusso dell’Intelligenza della vita.

Non siamo condannati a essere tormentati dalle strettoie della paura. Noi conteniamo un potenziale di libertà (che si esprime  naturalmente a volte nei momenti meno attesi) in parte compresso dalla nostra compiacenza verso gli scenari che alimentiamo.

La libertà non è nel fatto di evitare gli ipotetici pericoli in permanenza, ma nell’accogliere ciò che è.

“Ho potuto evitare quell’auto, non c’è niente altro da fare di questo incidente. Tuttavia sono consapevole del seguito, forse più ancora che nel momento che lo precedeva.

L’Intelligenza della vita si è manifestata in quel modo in quel momento là e posso contemplare quel momento con uno sguardo nuovo.

Sento che i morsi della paura si rilassano dolcemente e che sarà possibile accogliere le altre manifestazioni dell’Intelligenza nello stesso modo, anche le più drammatiche.

Perché non sono io il grande organizzatore del mondo e ciò che mi sfugge è la vita stessa quando ne tengo le redini, e il più delle volte le trattengo.

Percepisco che c’è talmente di più da scoprire al di là di questo universo pieno di protezioni, di fughe e di limiti personali, che comincio ad aprirmi alla possibilità che non abbia ancora visto niente, o quasi. Non ho più paura nella mia testa e i residui della paura psicologica possono apparire da un momento all’altro, ma li lascio scivolare e dissolversi perché non sono che fantasmi di una visione passata”.