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Percezione dei grandi drammi del mondo di Betty

16 Novembre 2010

3emillénaire n°96

In una riunione con degli amici, mi sono state poste delle domande sui grandi drammi del mondo e sulle cose che in generale fanno ribellare o arrabbiare  le persone.

Stavo provando a spiegare a parole quello che era il mio stato nella percezione diretta, il mio stato di completezza dove non ero più perturbata affatto dalle emozioni, dove accoglievo ciò che era nella mia visione unitaria.

In quel momento è venuta dagli ascoltatori una serie di domande sul dramma di Haiti, la guerra in Libano, i terroristi che uccidono gli innocenti, lo stupro, la violenza alle donne

Come io, nella percezione diretta, sentivo questi terribili avvenimenti, e vedendo e constatando questo, non fossi spinta all’azione di aiuto. Più precisamente, ad un certo momento, mi è stato chiesto cosa farei se vedessi vicino a me una donna a cui si fa violenza.

Non so se in quel momento ho trovato le parole giuste per spiegare il mio funzionamento nella percezione diretta, che si affronti un terremoto ,o la violenza alle donne o la guerra in Irak.

Il mio amico Philippe  ha affrontato di nuovo quel tema, per avere una risposta che spero sarà chiara e abbastanza supportata

Impernio la mia risposta su due frasi:

1) Non c’è graduatoria nelle illusioni

2)Non si sogna che di sé

Perché voler classificare il sogno, perché voler gerarchizzare le emozioni provocate dal movimento del pensiero e le referenze del mentale che si prende per un io? Perché considerare che una discussione di coppia è meno grave dello stupro a una donna? la violenza è la stessa, il percorso è lo stesso, ma non si vuole vedere da quell’angolazione. Occorrono cose spaventose, difficili, cose raccapriccianti, irritanti, che controbilancino le cose sopportabili, le cose piacevoli, le cose belle, meravigliose, straordinarie. Vedete il gioco di yoyo che fa la vostra mente che sceglie i momenti e li sistema in caselle, referenze appropriate, quell’avvenimento è “più/meglio/bene” che questo che è “più/male/sporco” etc….pieno di attributi,tutta una graduatoria, tutta una gradazione di colori che vanno dal bene al male, dal bello al brutto, dal freddo al caldo….e che colorano il vostro mondo di dualità.

Ora, sopprimere il piccolo io che si prende per un centro, che cattura tutti i momenti, che li colora secondo la sua sensibilità e che crea il vostro mondo,sopprimetelo, cosa resta?

Cosa succede se il classificatore, gerarchizzatore, apprezzatore, questo io scompare? L’unità appare, le cose sono, senza la colorazione del mentale, i momenti sono vissuti completi di secondo in secondo, niente da aggiungere, niente da togliere.

Ora cosa sta succedendo se una donna è violentata davanti a me, se un uomo viene ucciso davanti ai miei occhi? Quale sarà il mio atteggiamento, la mia azione  di fronte a questo. Non ne so assolutamente niente, i mezzi necessari ad affrontare quella situazione mi saranno dati in quel momento e se la vita mi spinge ad agire,allora ci sarà azione, ma non posso presumere quello che farò, questo o quello, non c’è più un io che presume.

Vedo già la domanda susseguente:”Come puoi considerare che lo stupro di una donna è violento al pari di una discussione di coppia?”

Il mondo siamo noi!

Qual è la differenza tra quel mondo di terrore, di violenza che vedete all’esterno e il vostro stato interiore?

Potete sopportare la violenza, la miseria, l’intolleranza,la sofferenza, i delitti,gli stupri, perché vi sembrano esterni a voi.

Guardate bene, osservate, constatate.

Siete davanti al vostro congiunto e discutete, la sua opinione differisce dalla vostra; cercate di convincerlo, di dimostrare la fondatezza della vostra scelta; se l’uno non si adatta  all’opinione dell’altro, c’è irritazione; l’analisi e gli attacchi cominciano, cercate motivi per sostenere la vostra ragione(siete convinti che avete ragione e volete condividere questa convinzione,perfezionarla, provare il vostro valore, il vostro diritto ad essere amato). Quello che esprimete all’esterno non è che violenza e fate il vostro congiunto l’oggetto di quella violenza, violentate il suo spirito, lo manipolate, costringete il suo bene.

Il vostro congiunto siete voi, come il mondo siete voi, non c’è differenza, siete voi che inventate i gradi.

E’ l’inizio della violenza, e lei è la vostra violenza e va ad unirsi a quella di tutti. Guardate la guerra;voi dite, sono gli altri, è orribile, loro sono orribili.

Le immagini di guerra così insopportabili: non sono che la vostra violenza, né più né meno.

Ma non si sogna che di sé.

Siamo la Coscienza e non una piccola coscienza individuale. Siccome non prendete la responsabilità di quella violenza, trovate dei colpevoli per risolvere l’equazione, per confrontarvi:io sono una persona meravigliosa!  Io questo non lo farei mai! Che ci pensi il governo a risolvere il problema!

Date continuamente dei giudizi nel vostro piccolo acquario di pensieri e vi meravigliate di vedere il mondo in angoscia che non è che il riflesso della vostra interiorità. Ma la guerra sono le discussioni col vostro congiunto, col vostro collega di lavoro, col vostro gatto.

Se non prendete l’intera responsabilità, il mondo intero non cambierà; bisogna che cambiate dall’interno la vostra percezione dell’esterno. Volere cambiare l’esterno non può funzionare senza il rovesciamento della vostra coscienza.

Voler cambiare il mondo, organizzare, militarizzare, pregare, è deresponsabilizzarsi rispetto all’origine stessa del mondo!

Volete cambiare il mondo degli altri, vi sbagliate, voi siete il mondo!

La responsabilità di ciascuno è riconoscere ciò che è, come funziona e sbarazzarsi di questo sistema di pensiero.

CONCLUSIONE

Come dicevo, la vostra visione è mascherata dal vostro sistema di pensiero e non potete vivere il momento presente, non potete apprezzare la freschezza  del momento, la bellezza di ciò che è, la pienezza dell’unità.

Tutto è analizzato da voi, classificato, messo in graduatorie, tutto è deformato dal vostro mentale.

Non avete la percezione diretta degli avvenimenti e tutte le vostre azioni reazioni sono condizionate in rapporto a ciò che pensate essere: bello, brutto, peggio, meno peggio, non così male, etc.

Non potete affrontare un avvenimento con la freschezza dell’istante; nel momento in cui nasce l’immagine, avete già messa in una categoria la cosa; nel momento in cui nasce la domanda, avete già scelto la risposta, non sapete più ascoltare.

Tutti i vostri sensi son condizionati dal vostro mentale nel gioco della dualità, buono cattivo, bello brutto, chiaro scuro, piacevole insopportabile.

Il piccolo io riconduce tutto a lui, non pensa che a lui in rapporto a ciò che è, colora tutto, interpreta tutto e da lì nasce la vostra visione del mondo.

Quella che segue è una domanda seguita da una risposta che abbiamo elaborato qualche mese fa in occasione di una discussione con Philippe e che può aiutare a comprendere il mio modo di funzionare nella percezione diretta.

D.     Perché non hai l’impulso di aiutare gli altri che sono dentro alle loro storie di malattia, di depressione, di sofferenze diverse? Perché non ti unisci a loro per mostrare loro che non è che una storia che si raccontano?

R.    Non si sogna che di sé

Nel mio stato non sento il dinamismo di volere che qualcosa cambi.!

Non ho la pretesa  di conoscere meglio della Vita ciò che è bene per la persona, che sia la morte, la malattia o la sofferenza.

Non so niente. Non ho lo slancio di sapere! Non ho che la presenza ed è così.

Il sapere separa e ha la sua origine nella paura di cadere direttamente nell’esperienza.

Non si sogna che di sé. La sofferenza che si pretende di sentire appartiene all’ego.

Comprendere, aver ragione o sapere ciò che è giusto, è contribuire a continuare a costruire il proprio ego. In una visione chiara la sofferenza è una storia che dice: non ascolto più la vita, ma la mia storia.

Domandare dei cambiamenti è violento, io non vedo nell’altro che la bellezza.

E’ la bellezza della vita che io vedo e lei prende tutto il posto e lei stessa libera dal problema.

Non ho da domandare, da constatare, da valutare una persona, né da identificare il problema, ma proprio a connettermi con quella meraviglia che è la vita.

Non devo creare nella persona lo stress del cambiamento, o il bisogno di chiarire ma il bisogno di ciò che è.

Il trauma, l’emozione che svanisce è da rispettare e, quando sarà fatto spazio, il trauma sparirà.

Se riapparirà il bisogno di sicurezza, allora si instaurerà un altro trauma e via di seguito. Nessun bisogno di provocare attese, di dirigere qualsiasi cosa.

L’aiuto è nella presenza intima. Forse aiuta a creare spazio? Non lo so. Non ho bisogno di chiarezza intellettuale, di nessuno scopo.

Non ho bisogno di essere appagata da sciocchezze,soffi di pace o la soddisfazione di aver aiutato.

Vivere di momento in momento è non identificare il bene e il male, la felicità e il dolore; questo E’.

Vivere nel momento esclude il sapere come mezzo di comprensione.

La vita è più intelligente che il piccolo io, che vuole vivere, soffrire e soprattutto orientarsi e decidere.

Se la vita vuole intervenire, si esprimerà attraverso me nel momento che nasce.

Non sono più una persona pensante con un mentale furbo e sottile,ho lasciato tutto il posto alla Vita che non si sbaglia!

(a cura di

L. Scalabrini)

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