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Soffrire per amore di 3ème Millénaire

24 Settembre 2010

 

3ème Millénaire n. 70  – Traduzione della Dott.ssa Luciana Scalabrini

Abbiamo tutti, in un momento della nostra vita, sofferto per amore. O, più esattamente, sofferto per non aver potuto realizzare l’amore che proviamo verso un essere. Questa sofferenza può esprimersi a diversi livelli in termini d’insoddisfazione o di frustrazione, che sono i sintomi di una situazione interiore che proveremo a scoprire.

Nella prova di  un amore incompiuto, languiamo, soffochiamo, piangiamo e  nutriamo molto evidentemente diverse speranze. Per finirla con quella intollerabile sofferenza, progressivamente ci abituiamo, “per forza di cose”, a dimenticare.

Ahimè, non vediamo che, lavorando a quel dimenticare, seppelliamo di nuovo  le nostre anime.

Lo slancio d’amore irrisolto svanisce con l’oggetto di bellezza che l’ha toccato, per cui la ragione vorrebbe che lo si allontanasse per dimenticare.

La cosa più terribile è che quello slancio d’amore così vivo, accompagnato da stati così meravigliosi, sembra “tenere” alla caviglia quell’oggetto amato, i cui passi si separano da noi. Comprendere l’origine di quello slancio – colpo – di- fulmine ci può permettere di trasformare l’immensa tristezza, accompagnata da insoddisfazione e frustrazione che ci opprimono, e forse riscoprire lo slancio originale dell’essere.

Da dove viene quello slancio inaspettato? Dal gran desiderio d’essere? D’essere amato e d’amare al tempo stesso? Incontestabilmente. Perché soffriamo tanto per l’assenza? Da quale spazio interiore emerge?

In noi stessi, perché riempie con l’oggetto di bellezza che ha legato i nostri occhi, poi i nostri sensi, il vuoto che nascondiamo dalla notte dei tempi.

Quella straordinaria energia che fiorisce diventa, nel momento della nostra caduta originale, un “oggetto” di felicità e di adorazione; l’amore dell’essere è diventato quello dell’apparenza.

In nessun caso questo è un male morale! Non indichiamo altro se non  il restringere o il ridurre, che è causato dal nostro bisogno irriducibile  di pienezza, vissuto al livello  di “riempitivo” che dà sicurezza. Irriducibile, si, a meno che non siamo già morti! A meno che  non abbiamo chiuso la nostra vita entro spaventosi manicomi! Fuori da quella impasse di tristezza e di ansia, possiamo realizzare che il cuore risvegliato, aperto, sorpassa largamente l’oggetto d’amore sul quale la nostra debole attenzione è portata a sognare.

Colui o colei che amo sono diventati i grandi catalizzatori dell’energia d’essere, che è l’amore puro. La gioia senza oggetto, la felicità straordinaria d’essere, sembra riflettersi  sull’apparente presenza di  colui o di colei  che ha toccato il mio cuore.

Ma lo specchio riflette la luce senza essere la luce; e la mia sofferenza di un impossibile amore terreno si dilegua, per lasciar apparire, sempre più spesso, la luce d’una incomparabile felicità. Felicità d’essere, che talvolta la ragione si sforza di concepire fuori dal mondo, per ritrovarla attraverso una persona particolare: l’illusione è tenace e la sofferenza duratura!

Nell’esperienza d’amore, che può succedere ogni momento, possiamo constatare mille e una volta (e più ancora) quanto la nostra felicità vada molto oltre il nostro oggetto d’amore; al punto che il nostro amore, infine risvegliato, abbraccia tutto, trascendendo la molteplicità degli oggetti, così come l’unità del mondo dei fenomeni.