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Vedere al di la della conoscenza

17 Dicembre 2013

3e Millènaire

Il Filo d’Arianna

VEDERE AL DI LA DELLA CONOSCENZA

Traduzione a cura di Maurizio Redegoso Kharitian

 

Vedere e sapere: la conoscenza in questione

 

Sappiamo sempre più cose, eppure non sappiamo più semplicemente vedere, percepire ciò che è, libero dall’alienazione dei saperi ai quali accordiamo inconsciamente creanza. Vedere al di là del conosciuto, vedere al di là della conoscenza, non ha quasi alcun senso,  eccetto l’esperienza delle droghe – potenti condizionamenti – che eccitano la percezione e distaccano violentemente la coscienza sensoriale della ragione. Eppure è vitale di riconsiderare in modo sano il puro atto che è la co-nascita al mondo e a se stessa, per “imparare ad accedere alle conoscenze differentemente che con il mentale”, constata Andreas Freund. Occorre, sottolinea, che “una nuova visione superi il pensiero normativo, associativo, inquadrato dai concetti conosciuti e le loro estrapolazioni. Bisogna cercare la connessione ad un mentale, una intelligenza superiore per creare un nuovo paradigma”.

«Vedere al di là della conoscenza, è innanzitutto vedere ed identificare ciò che è la conoscenza e poi andare “al di là”, constata Patrick Lèvy. Superare la conoscenza per la co-nascita, è andare verso l’essere, è vedere che manca ai nostri saperi, alle nostre conoscenze, l’essere che siamo, la presenza vivente che incarniamo. Come domanda Serge Pastor: “I saperi presenti non guadagnerebbero ad appoggiarsi finalmente sul saper essere, senza il quale i saperi ed il saper fare sono forzatamente incompleti?”

 

Come  “vedere”?

 

Con Dominique Casterman, possiamo interrogarci seguendo la via di una “esperienza” liberatrice: “Come vedere al di là della conoscenza, come essere lucido al punto di vivere ogni istante senza che nulla si sovrapponga alle nostre funzioni di percezioni fisiche, mentali ed affettive?” Poi possiamo comprendere l’importanza dell’immediatezza: “L’al di là della conoscenza è per adesso. Se pensiamo che è per domani, è che siamo sempre nelle nostre antiche abitudini sul piano orizzontale che inesorabilmente va dal conosciuto al conosciuto.”

Il “pragmatismo” spirituale di Eduard Salim Michel può diventare un cammino: “Rimarcherete, dice, che ogni volta che la vostra attenzione è aspirata verso l’esterno, il vostro spirito ed il vostro essere divengono scossi e che, ogni volta che la vostra attenzione è ricondotta verso l’interno, cominciate a gustare l’inizio di una pace inusuale, ma colpevole di essere compresa ed apprezzata, questa pace non dura molto tempo. In poco tempo, ci si trova trasportati ed intrappolati nuovamente.” Ma il cammino continua…

Michael Siciliano intravvede un approccio complementare quando ci dice: “In modo generale, in tutti i cammini della vita, lo sconosciuto fa molta paura. Anche coloro che apprezzano lo sconosciuto nel mondo reale, coloro che amano esplorare i luoghi sconosciuti di essi stessi, si avventurano nei luoghi dove le nuove attività, se sono condotte ad un luogo particolare all’interno di essi, conosceranno delle paure. In quanto di fronte allo sconosciuto, le paure emergono. Precisiamo che lo sconosciuto che evochiamo qui non ha niente a che vedere con la personalità. Allora per andare al di là della personalità, per poter accettare ed essere con lo sconosciuto, dovete avere la forza di affrontare le vostre paure.”

Imparare a “vedere”, ci conduce dunque a scoprire i “meccanismi” della personalità frammentata  tra la parte che “osserva”, che analizza, che cerca di capire e le parti che sono conosciute, o restano da conoscere. Ma in quest’ottica, un’osservazione globale di ciò che è visto e di colui che vede, è così espresso da Ligia Dantes: “Una persona che osserva con neutralità, che cerca con questa neutralità, può percepire con chiarezza la sua interdipendenza con la totalità”.

Per Daniel Herbst, “l’osservazione” si esprime perfettamente nei termini dell’ “ascolto”: “Più ci lasciamo trascinare dall’ascolto, più spesso dimenticheremo d’intervenire in modo precipitoso. Diveniamo silenziosi. Quale intelligenza è al lavoro! Quale bellezza!” L’intelligenza e la bellezza sono “in ogni cosa” quando lo sguardo, o l’ascolto, trova la sua semplicità funzionale. Eric Baret la precisa così: “Devo guardare in ogni cosa e chiedermi se cerco il mio interesse o se agisco liberamente, senza strategia. Non è un esame di coscienza morale, ma un ascolto di una totale precisione. Devo sentirlo in ogni cellula.”

L’approccio globale non è mai frammentario, mai nella separazione di colui che osserva per agire (o piuttosto reagire), di colui che ascolta per afferrare. L’attenzione liberatrice è senza “tensione” e senza intenzione. E’ un’eterna “ri-scoperta” di ciò che vela lo sguardo, di ciò che rimescola l’ascolto. “Senza questa percezione globale di base della vita umana, aggiunge Serge Pastor, senza questa coniugazione dei tre saperi, sapere, saper-fare e saper-essere, il “conosciuto” della vita resta frammentato, incompiuto…”

 

Co-nascere: la scoperta di Se

 

E’ al di là dei saperi, che possiamo nominare la co-nascita alla globalità, all’unità, è la “vera conoscenza”, in quanto per Nicole Montineri, “La conoscenza è unitiva. Si situa fuori dal pensiero. E’ diretta, immediata, visione globale dei fatti. Si trova in ognuno di noi, nel nostro cuore sottile, allo stesso tempo intimo ed universale. In questa assenza di distanza con la realtà di ciò che dispiega la vita all’istante in cui si trova l’amore. In essa stessa, la conoscenza è infinita. E’ l’irradiazione del Cuore divino che si spiega, deborda, manifesta, si rivela, poi refluisce, si riassorbe, di ogni eternità. La conoscenza che si elargisce nel nostro spazio interiore fino all’illuminazione – che è conoscenza totale – è la rivelazione in noi della nostra identità in essenza con il divino. La conoscenza si rivela con la vita che diventa poco a poco cosciente di essa stessa in noi”.

In quanto “L’albero della conoscenza, ci dice Patrick Lèvy, niente indica dov’è, a cosa assomigli, e come lo si riconosce […] La conoscenza è potenzialmente ovunque poichè non è precisamente da qualche parte […] L’albero della conoscenza, è l’Adamo stesso, l’umanità stessa.”

Unmani evoca il gioco paradossale del pensiero “L’insieme della vita è qui senza limiti, eppure la natura del pensiero è d’immaginare dei limiti e dei luoghi. Che paradosso. E questo paradosso si gioca nel nostro mondo. Giochiamo come se fossimo limitati a dei corpi separati. Tale è la natura del pensiero. Gioca come se ci fosse dualità.”

Tuttavia, ci inganneremmo gravemente credendo di poter posare i piedi al di là della dualità, sul continente sconosciuto della coscienza. Unmani ci ricorda che “Non possiamo mai esprimere il Se. Il Se non è un oggetto che può essere conosciuto in questo mondo dell’esperienza. Ogni esperienza del Se è un’esperienza che appare nel Se. La natura del pensiero è di continuare a provare di fissarla ad un’esperienza specifica, poi di incrociarsi a questa esperienza. Ma la bellezza del Se, è che è così misterioso, così assolutamente senza limiti ed atemporale, che non può mai entrare in un esperienza particolare […] Conoscere la natura del Se, è esplorare la totalità della realtà.“

E’ anche ciò che Gèrard fa rimarcare: “E’ prima di tutto avanti, a monte- al di là” di tutto ciò che può essere conosciuto, dunque inconoscibile, indicibile eppure indubitabile grazie alla sua fragranza, questa appercezione impercettibile che tocchiamo quando guardiamo verso ciò che conosce l’Essere stato.”

 

 

 

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