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L’unità trascendente delle religioni è anzitutto uno stato della mente. di Dominique Casterman

20 Novembre 2010

9 – 10 – 2010
Ogni ricerca interiore lucida, motivata dalla volontà di provare a comprendere dove affondano le radici profonde della nostra struttura organica, della nostra coscienza e della nostra vita in generale, fa apparire che siamo senza risposta, senza esperienza vissuta in questo campo.

Tutt’al più possiamo definire il nostro ruolo sociale, le nostre tendenze, certi tratti del carattere…, che proiettiamo nell’immagine che abbiamo di noi stessi o ego.

La coscienza di quella ignoranza fondamentale mette lo sconosciuto alle nostre porte e fa pesare sulla nostra vita una angoscia soggiacente- e questo tanto più che la presa di coscienza è acuta –inerente all’ignoranza della nostra identità profonda, della sorgente fondamentale che ci anima.

In realtà siamo costantemente perseguitati dalla sensazione di una assenza, di un vuoto interiore, sorta di solitudine esistenziale , che ci induce a compensare per mezzo della sostituzione di valori convenzionali confusi con l’essere essenziale. D’altronde il modello sociale nel quale viviamo compromette, fin dalla nascita, la capacità di sentire pienamente l’essere essenziale che ci abita. Privato di quella sensazione innata di valore trascendente, l’individuo soffre di solitudine, isolamento, angoscia e trova nell’identificazione coi valori convenzionali una sicurezza fragile senza la quale non potrebbe vivere: il falso io è nato. Come potrebbe essere altrimenti nelle nostre società, dove i valori essenziali della vita si riconoscono nella riuscita esteriore, nell’avere e nel potere.

Occorre perciò constatare che, in mancanza di certezza reale quanto  alla nostra identità profonda –siamo obbligati ad usare compensazioni a cui ci identifichiamo eccessivamente. Completamente identificati all’ego, siamo nell’incapacità  di alzare le vele, coprendo la nostra natura profonda, la nostra spontaneità creativa e intelligente dalla quale siamo artificialmente separati. L’individuo soffre perciò di assenza d’unità interiore, di separazione brutale con il suo io reale che è coscienza cosmica dell’unità cosmica nella vita quotidiana. In questo modo l’uomo può essere definito un esiliato spirituale e  la sua sola alternativa è aderire, incollarsi letteralmente ad una immagine  di se stesso alla quale si identifica assolutamente per sorpassare” l’angoscia della condizione separata”. Ma cosa è l’essere essenziale,  l’Essere essenziale di cui parlo? Che credibilità possiamo dare alla “sorgente profonda” che ci abita? Tutto quello non è , in fondo, il prodotto della mia immaginazione, della vostra immaginazione? Certamente si potrebbero vedere le cose in questa maniera, ma sarebbe come ignorare  l’evidenza storica delle esperienze spirituali proposte all’umanità da millenni da personaggi che hanno vissuto in luoghi ed epoche diverse. Tutte quelle esperienze avevano un denominatore comune, il compimento della vita trascendente, incondizionata, attraverso un essere implicato nelle condizioni dell’esistenza, ma liberato dai conflitti interiori che dava alla sua coscienza tutta l’estensione e l’apertura che è, originariamente, la sua. Potrei ancora parlare della scienza che non smette di distogliere  il nostro sguardo dalle forme esteriori per attirare l’attenzione sulle basi invisibili a partire dalle quali si dispiega il mondo formale. Infine, c’è l’esperienza personale che, condotta con spirito puro d’investigazione, dovrebbe confermare e perciò mettere in rapporto, nel seno della coscienza individuale, l’evidenza storica delle esperienze di saggezza ancestrale e il nostro proprio accompagnamento spirituale. E’ il passaggio dalla credenza ipotesi, dalla convinzione profonda e storicamente fondata all’esperienza vissuta e rinnovata di momento in momento. Vi propongo alcune belle frasi scritte  da Elie G. Humbert:

« L’angoscia della morte, la depressione all’idea di finire un giorno è l’angoscia di perdere l’immagine di sé La minaccia spezza l’attaccamento viscerale e così fragile  a essere il me immaginario, a raccontarsene la storia, ad assaporare per bene sia le pene che i piaceri. Bisognerebbe lasciar cadere- almeno come dubbio metodologico- i tentativi di riduzione della morte. Finché non è possibile è chiaro che siamo incollati allo specchio di noi stessi e poi, perché non mantenersi nell’allineamento alla propria morte, entrarci come si entra nel proprio corpo e la propria pelle del nostro essere.”

« Abitare la propria morte. Perché temerla? Non c’è un cammino là dove si trova la realtà? Io lo penso(…) Quando si considera oggettivamente la propria morte, quando ci si sa condannati e si realizza, il vissuto cambia. Si ha il tempo. »

«Il passato e l’avvenire cadono da ogni parte come i pezzi di una scorza. Si attua uno sbocciare e gli inizi di una crescita che sembra venire dall’inconscio e non da ciò che era già inscritto nella durata. Il tempo non è più un percorso, una successione, un allungamento, ma una spiegazione, uno spiegare. Lo si vive come un germogliare. (« L’homme aux prises avec l’inconscient » éd. Retz).

Le grandi tradizioni spirituali, e oggi la scienza ,evocano l’esistenza di un’altra realtà diversa da quella che cade direttamente sotto i nostri sensi. Questi due approcci della realtà ci portano ai confini dei territori oggettivamente osservabili, là dove il senso dell’universo si dispiega nel vissuto della nostra coscienza per risplendere di un sentimento intenso di unità interiore e di partecipazione cosmica.

Siamo nella confusione più totale dal momento in cui confondiamo l’immagine di sé con la nostra natura profonda, radicandosi in quella misteriosa sorgente dell’universo, che non è identificabile con nessuna delle nostre concezioni .Sicuramente non si tratta di liberarsi  di questa o quella cosa particolare, occorre semplicemente vedere che siamo attaccati ad un processo che genera l’identificazione a delle immagini che, nella confusione tra identità e differenza associano la realtà a delle idee relative.

La nostra vita non può realizzarsi pienamente che se integriamo autenticamente, e in piena coscienza, la nostra unicità nell’organismo sociale, planetario e cosmico. In altre parole è sperimentando la nostra solidarietà con il tutto, il fatto che tutte le strutture individualizzate  siano interrelate ci può far sentire consciamente l’unità della pura essenza. Se l’universo è un tessuto di avvenimenti interrelati, processi interdipendenti, si può supporre che questa molteplicità dei fenomeni sia l’espressione di una sorgente unica che ne costituisce la realtà di base in rapporto alla quale il mondo manifesto appare come secondario e derivato. In termini filosofici, si potrebbe dire che l’unità di principio si inscrive inesorabilmente nell’unità di struttura del mondo manifestato.

Uno sguardo lucido su se stessi mostra che il me- nel senso dell’immagine di sè- non può  affermarsi che isolandosi, che affermandosi nei limiti sempre più rigidi e costrittivi per arrivare finalmente a confondere l’immagine sociale e l’essere totale. In quella situazione vediamo che gli avvenimenti non interferiscono solo con l’esistenza dell’uomo, con il suo organismo (fisico, mentale e affettivo) che manifesta il suo desiderio naturale di vivere, ma anche e in più con l’immagine che abbiamo di noi stessi, o le idee che ci stanno a cuore; può generare emozioni del tipo di quelle provate quando siamo realmente aggrediti nella nostra esistenza. Non bisogna a confondere la legittima difesa con il fatto di difendere idee relative. Da una parte difendiamo la nostra vita e dall’altra difendiamo le nostre idee della vita, e questo, mi sembra, non dovrebbe mai spargere sangue.

Siamo dunque portati a fare qui una distinzione tra, prima di tutto, l’uomo che si accontenta semplicemente  di esprimere le sue qualità singolari secondo la propria sensibilità e, in secondo luogo, colui che  vuole ad ogni costo insistere a  difendere  la sua distinzione, la sua differenza particolare. Agendo in quel modo trasforma la sua differenza, ciò che lo distingue da tutti gli altri uomini in un valore arbitrario sul quale si basa un giudizio qualitativo e parziale nei confronti degli altri. Una volta ancora confonde differenza e identità.

La personalità dell’uno si accontenta semplicemente di essere, senza giudizio di valore; quella dell’altro è essenzialmente distintiva e in opposizione poiché si basa su giudizi di valore non relativizzati  trovando il loro pieno significato nell’opposizione con gli altri, per rafforzare la loro immagine iniziale. A proposito di questo, possiamo avanzare l’idea che l’individuo, che è spontaneamente se stesso in funzione della sua sensibilità profonda, non ha alcuna coscienza di lui in quanto distinto e opposto. In lui la dualità pensatore –pensato si è completamente dissolta, c’è fioritura di coscienza nell’istante presente all’intersezione tra il me e il mondo. Quest’uomo ha in qualche modo superato l’abisso che separa la coscienza di opposizione di sé e la coscienza relazionale di sé. La prima riafferma e rinforza la solitudine del me davanti agli altri e al mondo,essa è separatrice e conflittuale, crea l’illusione di una esistenza indipendente.

La seconde afferma e rinforza l’interdipendenza dell’io, degli altri e del mondo, tutto interpenetra tutto;  essa è unificante e mostra che il fatto relazionale è fondamentale.

L’essere umano non nasce risvegliato alla sua natura profonda, allo spirito dell’universo. In noi il risveglio di  questa coscienza originale lo fa accogliere nel presente della vita quotidiana sbarazzando il mentale dagli ostacoli che lo mantengono nel suo sonno interiore. Si tratta di uscire dal sogno della coscienza separata imposta dalla coscienza esclusiva del me, sorta di isola di solitudine per opposizione in un mondo la cui realtà essenziale è il fatto razionale.  Si tratta di vedere, al di là del mondo visibile, alla radice di tutto, una sorgente unica ed assoluta da  dove è proiettata la coscienza- materia- energia che struttura il mondo visibile.

Quando il pensiero dell’uomo si è rivolto verso se stesso, quando quest’uomo è divenuto oggetto della propria osservazione, e  il regno del me che si crede indipendente e separato si è progressivamente stabilizzato, allora in quel modo si è operata la dualità me/non me. Quella visione della dualità ha suscitato in certi uomini l’intuizione di una realtà più vasta che concilia le apparenti contraddizioni. Il me, sorgente di tutte le sofferenze, è così il passaggio verso un’altra realtà, a condizione  beninteso di non essere totalmente ingannato dalla visione separatrice.
Penso che l’uomo sia  ossessionato da una credenza terribilmente distruttiva che è quella di essere separato dall’ordine cosmico. Questa credenza, più o meno incosciente, lo separa dalle sue radici profonde e lo obbliga a sviluppare credenze secondarie per rassicurarlo. Se potessimo vedere e sentire che in realtà niente ci separa dalla totalità dell’universo, come l’onda dall’oceano, potremmo abbandonare ogni forma immaginabile di credenza come quella di essere un me indipendente. In queste righe il mio obbiettivo principale è stato quello di mostrare che è possibile pensare in un certo modo  non compromettente, all’improvviso un’apertura a qualcosa di inatteso e di un livello di realtà molto più fondamentale di quello imposto dal me solo, e le sue possibilità sensoriali e intellettuali.

Chi resta confinato nella solitudine della sua coscienza immagine di sé si taglia non solo dalla sua sorgente profonda, cioè da lui stesso, ma anche dalla coscienza che vive nel mondo in cui niente è separato. I sensi alimentano il cervello con informazioni di ogni sorta ed è lui che ci permetterà di vedere, di capire…; la ragione spiega, riconosce, paragona ,elabora ipotesi…; i sentimenti e le emozioni fanno di noi altra cosa che robot pensanti… Ma tutti questi elementi  messi insieme e rappresentativi delle molteplici  maniere in cui possiamo percepire il mondo non sembrano sufficienti per andare al cuore delle cose. E’ come se dovessimo andare più in profondità ancora e, come dice Krishnamurti:” Succede una cosa che nessuna ipnosi, nessuna droga possono dare: è come se  la mente penetrasse in se stessa cominciando dalla superficie, andando sempre più in profondità, fino al momento  dove la profondità e l’altezza non avessero più un senso, dove tutte le misurazioni perdono significato. In questo stato regna una pace completa, non una contentezza derivata da uno stato di soddisfazione, ma una pace piena di ordine, di bellezza e d’intensità(…),bisogna mettersi per strada senza sapere nulla, e muovervi d’innocenza in innocenza”.

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(A cura di

L Scalabrini)