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Omaggio alla paura di Hélène Naudy

2 Ottobre 2010

3ème Millénaire n. 86 – Traduzione della dr.ssa Luciana Scalabrini

La paura

Hum, il bambino è nato con lei. Il suo corpo ne è impregnato.

Essa è stata la sua compagna.

No, la sua nemica. Io temevo sempre di più di avere paura.

Di essere paralizzata dalla mia negazione che allora non potevo chiamare così.

La paura.

Interrata là, nel mio ventre, che si risvegliava alla minima dimenticanza di me stessa…

Come io mi sono dimenticata…

E le domande ritornavano, ritornavano, restando senza risposta:

“A che serve tutto questo?”

“Perché vivere se si soffre ogni momento per non sapere, per non comprendere, .per non sapere cosa è il reale”.

“ Ragazzina, dov’è il reale? Che cos’è?”

La percezione era che il mondo sottile non era differente dal mondo materiale. Erano percepiti in parallelo. E presentivo che gli altri non consideravano che il mondo tangibile. Ero folle? Avevo delle allucinazioni? Dove si trovava il reale?

Ecco la grande paura che mi terrorizzava.

Ciò che percepivo era sistematicamente messo in dubbio. Anche l’albero che vedevo, fino alla tavola sulla quale  servivamo il pasto. Che è il reale? La domanda ritornava, restava senza risposta.

Forse quel muro posso attraversarlo? Se non sono reale, se il mio corpo non è che atomi. E questi atomi, perché sono uniti gli uni agli altri? Perché formano un corpo? Perché gli atomi di quell’albero sono uniti gli uni agli altri e formano quell’albero? Per quale necessità? Tutto ciò è inutile? Molto prima perfino dell’ipocrisia, della gelosia, dello spirito di competizione tra gli uomini, molto prima dell’odio e delle critiche, tutto è così inutile. E poi, realmente, chi sono?

Perché non sono sciocca. Non sono il corpo, il mentale, la personalità. Lo so. Da dove lo so? Non lo so, ma lo so.

A parte questo, niente, non comprendevo niente.

Non vedevo nessuna risposta seria, dirò anche scientifica.

A sedici anni, Jean Klein mi darà degli elementi di risposte. Si, degli elementi perché esse saranno unicamente intellettuali e per niente vissute. Per quello, arriverò ai miei ventotto anni. Là dovrò guardare da vicino quella paura viscerale. Dovrò? Si, perché non mi permetterò più di passarle vicino, di fare quella che sa.

Il sapere intellettuale( non duale come psicologico), benché mi abbia consentito di non arrivare al suicidio, non mi permetterà di essere in pace. Oh, ne sarò ben consapevole: non era che uno stratagemma per non cadere in un abisso che non potevo né sentire né guardare in faccia all’età di sedici anni.

Allora si, le paure si manifesteranno, non di nuovo, perché non mi lasceranno, ma là, si manifesteranno e io le lascerò manifestarsi. Non resisterò più.

Angosce insostenibili, tanto da non sapere dove potevo sedermi, dove posarmi, senza nessun luogo esterno dove potermi sentire se pur superficialmente al sicuro, senza nessun luogo interiore dove sentissi un’ombra di pace.

Malgrado il fatto che vedessi quella paura, essa era ancora troppo gigantesca, mostruosa. Un titano.

Andate e ritorni, immersioni, ripiegamenti compulsivi, anestesie del mentale, neuroni tetanizzati, membra inerti, nessuna nozione di realtà. Dove è il reale? Cosa è?

Pffffffffff. Non so.

Andate e ritorni…Quanti? Anche quello, non lo so. Poco importa.

Pero, però.

Presentivo che mi era possibile…

In un istante vuoto d’intenzionalità, sento: essere lì con ciò che si presenta…

Vedevo: il mentale aveva paura. Non poteva morire( mi sono domandata, rileggendo questo passaggio se non mi ero sbagliata verbo: non poteva o non voleva morire? Ma è proprio questo: non poteva morire), nonostante il suo intenso desiderio di essere in pace e di fondersi col non mentale io sono. Essere con… Nell’istante mi resi conto che tutto questo restava concettuale, intellettuale, si, sempre mentale: più la paura era grande, più il mentale si aggrappava. Teneva. Ero in un blocco, bloccata nel mio desiderio di finirla con la paura.

Improvvisamente, lo sguardo si illuminò con quella comprensione viva: bloccata nel mio desiderio di finirla con quella paura.

Là mi stavo rendendo conto che col mio desiderio di finirla rifiutavo la paura.

Si, la rifiutavo. Quello notai. E dopo? Non sapevo, non avevo nessuna intuizione di come uscire dalla situazione.

…Ah! Volevo ancora uscirne. Ma si, era evidente. La paura invadeva il mio corpo e il mio sguardo al punto da avere la netta impressione che il viso stesse per esplodere.

Per un impulso venuto da chissà dove, mi alzai, mi misi le scarpe, il soprabito e andai a passeggiare nel parco vicino. Era autunno, ricordo. Guardai gli alberi, l’erba.

Gli alberi.

…questo mi ricordò: sentire.

Essere con quel non so senza sovrapporvi un’idea che lo mascherasse: familiarizzarsi con lui, senza desiderio di fare scomparire quella paura che mi attanagliava. Senza sovrapporre. Di nuovo, mi resi conto: è il mio rifiuto che mi divide da quella paura, rifiuto che provoca quella sovrapposizione inconscia: voglio eliminare quel peso ad ogni costo.

Là, in quell’istante preciso, i concetti volarono via, intrisi di:

“ Non so” è l’apertura alla disponibilità.

Lo sentii là, dal vivo.

Lo sentii là: quella disponibilità ritornava a me senza posa.

La paura tornò. Immediata, brutale, sempre viva, titanica.

Questa volta, non dialogai, non provai a comprendere, ascoltai la paura…La sua vibrazione, svuotata da ogni idea mentale. Nel ventre, nella testa, negli occhi, si propagava nel corpo, separava il cervello destro dal cervello sinistro, separava i cervelli gli uni dagli altri che si scontravano tra loro e si condizionavano coi movimenti di panico. Venne un pensiero, folgorante: “ la paura divide”, non concettualmente, no, no. Percepito. Percepito. Qualche cosa che sorge e muore nell’istante.

Diventai sguardo, senza centro, senza luogo che desidera memorizzare il sapore di quel sorgere.

Divenni percezione…Disponibilità, discernimento, lucidità e abbandono nello stesso istante.

Improvvisamente vidi: non c’è più separazione perché non c’è più rifiuto.

La paura si è dissolta. Io, non facevo niente.

Io? Non c’è nessuno.

E pertanto, così totalmente presente.
Solo una immensa pace silenziosa.

La vita stessa. Là.

La vita stessa in corpo, in discernimento, in assoluta presenza.

Là, potevo dire, perché percepito: io sono.

Senza più domande, perché la risposta era totalmente incomprensibile per il mentale e assolutamente vissuta come totale: la vita è. Io sono.

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