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Qualche apertura sulla ricchezza della scoperta di sé di Serge Brisy

18 Febbraio 2011

Tratto dall’archivio di 3millenaire, a cura di Luciana Scalabrini.

Gli insegnamenti di tutti i saggi convergono verso lo stesso scopo, che si chiami liberazione, illuminazione, nirvana, ecc., ed è la realizzazione piena e intera dell’umano.

La difficoltà del compimento non sta tanto nell’assimilazione delle parole quanto nell’azione, perché se le parole permettono una conoscenza parziale e tutta intellettuale delle idee espresse, la sola azione afferma la comprensione con l’esperienza diretta, che deve essere totale.

Keyserling ha detto: “ Il  sapere deve diventare il comprendere”. Ogni realizzazione dell’individuo si trova in queste parole. Finché non arriviamo a vivere ciò che amiamo, anche quando lo esprimiamo agli altri chiaramente, non lo abbiamo compreso bene. Ci siamo accontentati di memorizzare la conoscenza degli altri e, attraverso lei, abbiamo costruito teorie, forse molto belle, ma che mancano della vera vita interiore, la sola che feconda il pensiero e lo traduce in atti.

Per la verità non osiamo essere noi stessi, senza dubbio perché non sappiamo quel che siamo. Ciò che vediamo di noi è apparenza e appartiene a ciò che è passeggero. E se tutto in noi è movimento, perché tutto è vita, troppo spesso i nostri pregiudizi, le nostre tradizioni, le nostre credenze e concezioni provano a immobilizzare quel movimento, per stabilire una ingannevole immobilità che è solo stagnazione.

Il conflitto doloroso e continuo dell’uomo  contro  ciò che crede di essere e la sua realizzazione durevole, eterna, ha la sua sorgente nell’incomprensione della sua vera vita. Noi ci identifichiamo in ciò che è di passaggio e proviamo disperatamente a farlo durare; trascuriamo o ignoriamo l’eterno, che è la vita stessa. Ci rammarichiamo di vederla passare così in fretta, tentiamo di rallentare il suo corso e ci spezziamo in quella lotta, o non arriviamo che a manifestare la nostra impotenza.
E come la maggior parte delle nostre aspirazioni, se non tutte, hanno per oggetto la soddisfazione del me separato ed egoista, ci urtiamo con la legge inesorabile degli effetti e delle cause e ci stremiamo senza fine al suo contatto.

Tuttavia, con questa stessa lotta, poiché la vita ci porta malgrado tutto alla sua corrente sempre rinnovata, sempre nuova e vibrante, impariamo a comprendere meglio l’inutilità dei nostri sforzi.
Ed è allora che cominciamo a domandarci per quali cause, invece di resistere agli effetti. Le cause ci appaiono molteplici e complesse  e mettono confusione nella nostra mente. La verità, frammentata dalla nostra ignoranza, ci sembra crudele. Siamo tentati di maledire una vita che attraverso i nostri limiti, non reca che tristezza e dolore.
La nostra resistenza cambia forma, le nostre lotte si indirizzano ai punti interrogativi che si pongono e che noi non arriviamo a chiarire.  Ci perdiamo nei dettagli e ci allontaniamo dalla sorgente. Tentiamo di evitare la tormenta che sollevano i nostri perché , pur continuando a interrogarci su ciò che ci circonda. E non ci rendiamo conto che la risposta ai nostri  perché è precisamente quella tempesta da cui vogliamo evadere.
Chiedere alla vita è chiedere a se stessi, è chiedere alle reazioni proprie ad ogni individuo. Finché la nostra ricerca è all’esterno, conserviamo dei relitti, esposti ai venti contrari delle influenze. Ma dal momento in cui ci domandiamo, da quando osserviamo ciò che fa sorgere la vita dal nostro essere, ad ogni momento della nostra esistenza, comunichiamo con l’unica forza creatrice dell’universo, prendiamo contatto con la realtà e comprendiamo che, se gli effetti sono innumerevoli, la causa è una: la vita.

— Cosa siamo?

—Perché viviamo?

— Come reagiamo davanti alle esperienze?

—Cosa sono le esperienze attuali?

— Cosa determinano in noi?
— Cosa risvegliano in noi stessi?
Sorgono le domande essenziali. E ci troviamo davanti alla nostra realizzazione presente, immediata, cioè davanti a  ciò che siamo, ora, con tutte le nostre ignoranze, tutti i nostri scontenti, tutte le nostre aspirazioni, tutti i nostri desideri di comprendere meglio. Il nostro sapere ci sembra vuoto, incompleto, le nostre memorizzazioni inadeguate,  le nostre reazioni futili…
E sentiamo che, al di là del sapere, profondamente in noi stessi,  si nasconde qualcosa che non si descrive,  un divino che deve esprimersi in un’azione sempre più spontanea, sempre più intuitiva, sempre più cosciente. Quel divino in noi ci attira irresistibilmente, perché, nella nostra estasi ne realizziamo la gioia e l’armonia.
Quella gioia inesprimibile ci attira, ci affascina. E se all’inizio cerchiamo ancora nelle apparenze e tendiamo a riprodurre una gioia provata, piuttosto che continuare a scavare in noi stessi, progressivamente penetriamo in una realtà più tangibile, più meravigliosa e più intensa di tutte quelle che abbiamo sentito: fase prima di un equilibrio interiore, che è la pietra miliare di ogni Risveglio.