Home > jean biès > Il mistero della congiunzione di Jean Biès

Il mistero della congiunzione di Jean Biès

10 Febbraio 2011

Dall’archivio di 3millenaire, a cura di Luciana Scalabrini.

CARL GUSTAV JUNG ci dice: “Ciò che è difficile, è essere semplici” ; bisogna constatare che quel mistero dell’unione in noi sembra molto difficile. È proprio con questa opera, “Misterium conjuntionis” ,che Jung disse essere il suo testamento, che siamo condotti attraverso il suo immenso labirinto alla semplicità.

Jung dice che il mondo dei simboli dell’alchimia non appartiene ai pesi del passato, ma che al contrario è legato  nella maniera più viva alle esperienze e alle scoperte più recenti della psicologia dell’inconscio. Non esitiamo a mettere in guardia il ricercatore dal pericolo di diventare la vittima della sua soggettività. Per quello gli sarà anche chiesto di  attenersi sempre alla ragione, pur aprendosi il meglio e più possibile agli avvenimenti esterni e interni, così come agli incontri che gli offre il cosiddetto caso.

L’alchimia è un tesoro. Sta a noi utilizzare le diverse possibilità per aiutarci a vivere in altro modo, più coscientemente.

Quella unione misteriosa è quella dell’anima e del corpo, del conscio e dell’inconscio, della terra e del cielo, dell’amore e dell’odio, è l’unione degli inconciliabili. Gli opposti si battono e danno un’energia : non possono fare a meno l’uno dell’altro. Sono nei nostri sogni e nei disegni degli alchimisti che esprimevano così  ciò che accadeva nel più profondo di loro stessi.  Ma non facciamo l’errore di  pensare al posto loro, a quell’epoca in cui la chiesa regnava padrona assoluta. Diffidiamo anche dell’immagine astratta della realtà che regna nella mente dell’osservatore. ” Come nella fisica nucleare, l’atto di osservare modifica l’oggetto dell’osservazione “.

Le coppie di opposti formano il sé.
“ Le coppie di opposti trascendono la coscienza “ e formano il sé” com edice Jung. Si tratta dunque di una quaterna che corrisponde ai 4 elementi e alle quattro funzioni e fanno un tutto vivente e dunque in continuo cambiamento. Il processo del vaso( il nostro corpo) e la sintesi dei quattro è una delle preoccupazioni essenziali dell’alchimia. Quella totalità rende l’essere equilibrato perché allora è legato ( nel senso religioso ) a se stesso prima di tutto poi agli altri e al cosmo. Jung rileva che la tendenza moderna di rimpiazzare la coesione interiore dell’uomo con la comunità esterna prepara il terreno alla civiltà di massa.

Quella unione interiore, che è la sola certezza sulla quale l’essere umano può contare, è la Pietra, preziosa tra tutte, che nessuno ci può togliere. Poiché essa è orfana( il padre è assente) esiste da qualche parte una vedova: è questa materia, la materia di ogni cosa, che sarà la madre della pietra, del figlio filosofico; un figlio con una madre, senza padre… Ci è presentato  lì un incesto ( classico nel sogno ) . Quella materia prima dai mille nomi è l’aspetto femminile, la luna, l’acqua che unisce tutto ciò che è separato, di cui il duplice aspetto, unificatore e distruttore, è ben noto a tutti quelli che fanno un lavoro in profondità.
Quella sostanza femminile di trasformazione ha un corrispondente maschile: i due si fondono insieme, poi quel matrimonio si scioglie  (solve et coagula ) , perché ogni cosa creata è provvisoria . Ritroviamo qui il tempo, quel Mercurio che ci sfugge tra le dita, quel Mercurio luminoso ed oscuro, il conscio e l’inconscio, che sono uno. Jung ci dice : “ L’oggetto dell’alchimia è cancellare il peccato originale e questo effetto è ottenuto con l’aiuto del balsamo di vita, che è una giusta mescolanza di calore naturale con la sua umidità”. Il Mercurio dunque è femminile ( la terra )  e maschile ( il cielo ). Dalla loro unione fiorisce una scintilla che dall’oscuro negativo farà un’opera d’arte che trasforma quel lato pericoloso in rimedio, in vita.

E’ nell’umidità dell’acqua della vita che troveremo la possibilità della trasformazione, sapendo che il tutto dell’uomo, che Jung chiama il sé, oltrepassa l’ambito della conoscenza, perché è la totalità. Della psiche conscia e inconscia. Il sole, il conscio, contiene abbastanza oscurità per formare le proiezioni, perché la base del me è l’oscurità della psiche.
Legati a noi stessi

L’unione tra conscio e inconscio produce  uno choc che fa male, certo, ma che entra in contatto con le tenebre e la profondità. Allora noi siamo non di fronte a noi stessi ( guerre, angosce), ma legati a noi stessi, perché l’inconscio non è né buono  né cattivo, ma buono e cattivo; è la madre di tutte le possibilità ed abbiamo bisogno di lui per “abbracciare tutte le parti del mondo, tutta l’estensione possibile della coscienza”. Ci occorrerà dunque senza posa salire verso il cielo e discendere all’inferno per incontrare il nostro centro/equilibrio; è in questo incessante movimento che troveremo la nostra unità. L’emozione ( il fuoco) purificherà e farà fondere i nostri opposti. Le tappe di quel processo sono prese di coscienza dovute ai conflitti, che portano alla morte di una parte di noi divenuta inutile.

Riflettere sul nostro essere interiore meditando sulle immagini archetipiche che vi sono, dà vita alla nostra anima e se vi incontriamo la moltitudine dei grani di piombo, un giorno incontreremo l’unità dell’oro, a condizione di riflettere con molto amore sui nostri sogni, immagini eterne, e su tutte le nostre debolezze. L’arte della trasformazione è la grande arte, è la regina del cuore dell’artista, di colui che lavora e che prega per giungere all’opera, al “ processo di individuazione”.

L’unione del corpo e dello spirito

La trasformazione si opera lentamente, con l’integrazione dell’ombra, del sesso opposto, visto con obbiettività. Provando a non cadere  nella semplificazione che crede di sapere tutto. Si tratta  di diventare non perfetti, ma un po’ più completi. Quel matrimonio il cui risultato è la conoscenza di sé presente a diversi gradi da approfondire cominciando con l’unione di corpo e spirito, l’anima vivificando il corpo e il corpo essendo vivificato dallo spirito.

La nostra esistenza ha un significato. Non dipende che da noi trovarne il senso. Quel senso sarà la quintessenza, l’unità che non può farsi se non a partire da noi stessi.

Tutte le tradizioni utilizzano, sotto diversi nomi, gli stessi simboli dell’alchimia. Non possiamo che ammirare la vista planetaria di Jung in questo ambito così folto e denso. Il grande artista che fu ci lascia con  “ Misterium conjunctionis”, il suo capolavoro, che riempì tutta la sua vita, e ci offre la certezza di aver ritrovato le nostre radici, senza le quali l’albero di vita di ciascuno non può crescere.